IL GIUSNATURALISTA
2.38K subscribers
3.71K photos
326 videos
180 files
3.47K links
Canale pubblico ispirato al pensiero giusnaturalistico classico.
Download Telegram
Senza questa ricapitolazione interiore ogni diritto si svuota, ogni diplomazia si decompone, ogni parola di pace diventa una maschera pronunciata sopra i preparativi della guerra. In questo senso Giuseppe Sarto resta contemporaneo non malgrado la distanza del suo tempo, ma proprio per la profondità del suo sguardo. Chi vede l’uomo alla luce del suo principio vede anche la guerra alla luce del suo peccato. Chi comprende che la creatura non è Dio comprende pure che nessuna ragione di Stato può diventare assoluta senza precipitare nella barbarie. Perciò il suo messaggio, oggi, suona come un giudizio e insieme come una speranza. Un giudizio sulla civiltà che cerca la pace senza convertirsi alla verità. Una speranza, perché ricorda che l’ordine non è perduto per sempre, e che la pace comincia ogni volta che l’uomo cessa di adorare la potenza e torna ad adorare il Logos.
TRABUCCO: A PRIMA LETTURA

Che la magistratura italiana abbia problemi enormi è evidente. Che una parte di essa abbia conosciuto e conosca derive di politicizzazione, pure. E che non siano mancate indegne sentenze “creative”, altrettanto. Ma proprio per questo, dopo le esperienze greca e portoghese, che mostrano i limiti del sorteggio e i rischi di una separazione delle magistrature in termini di privatizzazione della giustizia penale (bastava studiarli come ha fatto il sottoscritto), pensare che una riformetta ordinamentale potesse risolvere la crisi della giustizia è semplicemente illusorio. Il punto, infatti, non è dire sì o no alla separazione delle carriere (rectius delle magistrature). Il vero nodo è più profondo: riguarda il fondamento stesso della giurisdizione, l’idea di giustizia che la sorregge, il rapporto tra legalità, potere e verità. È, prima ancora che un problema tecnico o organizzativo, un problema teoretico e questo i tifosi del Sì e del No non l'hanno compreso (salve eccezioni). Ed è qui che sta l’errore, ieri di Renzi e oggi di Meloni: aver trasformato una questione di architettura costituzionale in una battaglia politica, piegandola alla logica della propaganda e del consenso (voto SÌ, voto NO, una valanga di...). Una certa politicizzazione, quando si tocca la magistratura, è inevitabile. Tuttavia, qui si è andati troppo oltre: non si è cercato di riformare seriamente la giustizia (del resto la legge di revisione costituzionale 30 ottobre 2025 non andava in quella direzione), la si è usata come terreno di scontro.

Quando si sbaglia il fondamento, ogni riforma, qualunque riforma, è solo maquillage del problema.

Qui è tutta la classe politica che va sostituita con uomini e donne innervate di un pensiero non tanto controrivoluzionario (come blaterano certi "Papi laici" della tradizione cattolica (che poi sfociano nel tradizionalismo), ma di restaurazione della legge naturale.

Seguimi sul canale Telegram Il Giusnaturalista https://t.me/Giusnaturalista

#instagram
#Meloni
#SeparazioneCarriere
#corrieredellasera
#ilfattoquotidiano
#lastampa
#Inprimopiano
#giustizia
#ANM
#CSM
#Parlamento
#politica
#politicaitaliana
#Conte
#Vannacci
👍12❤3
L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:

LE MASCHERE DEL REFERENDUM E IL REGNO DELLA POST-VERITÀ:

Il tratto più sconfortante di questa campagna referendaria non coincide neppure con la consueta povertà del lessico politico e con le sue falsità (come confondere una riforma di tipo ordinamentale con una giurisdizionale), che ormai quasi nessuno si attende più di vedere riscattato, ma con un fenomeno più profondo e più grave, perché qui si manifesta la progressiva incapacità della sfera pubblica di salire dal riflesso alla nozione, dall’eccitazione al giudizio, dal consenso immediato alla comprensione dell’oggetto. È il trionfo della democrazia delle pance. Le immagini enfatiche, le previsioni valanghive, le proclamazioni muscolari, le parole lanciate come pietre contro l’avversario, tutto questo non dice quasi nulla sulla riforma, sulla sua struttura, sulla sua adeguatezza, sulla sua coerenza interna, sul nesso tra il mezzo proposto e il fine dichiarato. Ciò che viene esibito è una drammaturgia del numero, non una teoria dell’istituzione. Ciò che viene mobilitato è la reazione, non l’intelligenza. In tale svuotamento, il referendum smette di essere un atto di discernimento costituzionale e diventa il luogo nel quale una comunità mostra, quasi senza volerlo, la propria stanchezza speculativa. Anch’io ho sostenuto convintamente il no e l’ho fatto entrando nel merito, cioè misurando le ragioni della mia contrarietà sul terreno delle riforme e non su quello delle simpatie o delle antipatie di schieramento per quanto abbia disistima sia verso il centro-destra, sia verso il centro-sinistra. Questo resta, a mio giudizio, il discrimine essenziale tra la politica come esercizio del giudizio e la politica come amministrazione delle pulsioni. Un argomento può essere accolto o respinto, discusso o criticato, ma proprio per questo possiede una dignità che nessuno slogan potrà mai avere, perché accetta la mediazione del pensiero e si espone alla prova della confutazione. La propaganda, invece, si nutre di un’altra logica. Essa non cerca il vero pratico della decisione. Cerca l’onda utile, l’immagine efficace, la parola che coagula, l’impulso che trascina. Così il cittadino non viene trattato come soggetto capace di ordinare razionalmente il proprio giudizio, ma come terminale affettivo di una macchina narrativa che domanda adesione prima ancora di offrire ragioni. Il punto, del resto, non è Meloni o Conte o Schlein o Bonelli o Renzi etc., non è il volto contingente di chi oggi occupa la scena o di chi si candida a rioccuparla, poiché quelle figure, pur nella loro diversità politica, simbolica e temperamentale, appartengono tutte, in misura diversa, al medesimo orizzonte storico e spirituale. Esse sono espressioni differenti di una medesima modernità esausta, la quale ha sostituito la verità del giudizio con la funzionalità della narrazione, la rettitudine del fine con la gestione del consenso, la sostanza dell’ordine politico con la sua continua esposizione mediatica. Le facce mutano, il paradigma resta. Cambiano i registri, le alleanze, le parole d’ordine, ma permane l’identica riduzione della politica a tecnica di legittimazione e del diritto a dispositivo di organizzazione. Da questo punto di vista, lo scontro visibile tra i protagonisti della cronaca appare spesso meno radicale di quanto essi stessi amino rappresentare, perché sotto la superficie del conflitto agisce una medesima premessa, cioè l’assorbimento del giudizio entro l’immanenza del sistema. È qui che il riferimento alla post-verità acquista un significato preciso e non meramente giornalistico. La post-verità non consiste semplicemente nella menzogna, né coincide con la circolazione di affermazioni false, quasi si trattasse soltanto di un problema di accuratezza informativa. Il suo nucleo è assai più profondo, perché essa designa un regime spirituale nel quale il vero perde il proprio primato ordinatore e viene sostituito da ciò che riesce a imporsi come credibile sul piano emotivo, sociologico e mediatico.
👍1
In un tale orizzonte non vale di più ciò che corrisponde meglio alla realtà dell’oggetto, ma ciò che mobilita con maggiore intensità le percezioni collettive. Il criterio non è più la conformità del discorso all’essere della cosa, ma la sua capacità di produrre effetto, aggregazione, atmosfera, pressione ambientale. La post-verità è dunque la vittoria dell’efficacia narrativa sulla verità del reale, della risonanza sul fondamento, della plausibilità costruita sulla giustificazione razionale. Là dove questo accade, la politica smette di domandarsi che cosa sia giusto e comincia a domandarsi soltanto che cosa funzioni. Una simile situazione nasce certamente dal positivismo giuridico, che ha separato progressivamente la validità dalla giustizia e ha insegnato a pensare il diritto come pura forma posta, come prodotto procedurale autosufficiente, come architettura che non deve rendere conto se non della propria correttezza interna. Tuttavia il positivismo, da solo, non basta a spiegare la crisi presente. Accanto ad esso ha operato con forza il sociologismo giuridico, che ha dissolto la questione del fondamento nella descrizione delle dinamiche sociali, delle domande emergenti, dei mutamenti culturali, delle pressioni storiche, quasi che il diritto dovesse limitarsi a registrare, a inseguire o a certificare ciò che di volta in volta si afferma nel corpo sociale. L’uno riduce il diritto a validità, l’altro lo riduce a fattualità. L’uno lo consegna al formalismo della procedura, l’altro alla fluidità dell’ambiente. In entrambi i casi viene meno un criterio superiore capace di giudicare tanto la norma quanto il fatto, tanto il comando quanto la sua ricezione sociale. Proprio da questa convergenza tra positivismo e sociologismo nasce il terreno più favorevole alla post-verità, perché se il diritto non è più misura di giustizia ma soltanto struttura legale o riflesso del sociale, allora il vero viene espulso e il posto rimasto vuoto viene occupato dal dispositivo più forte, dal racconto più invasivo, dalla legittimazione più spendibile. Dentro questo schema, dire che vinca il sì o vinca il no rischia di significare assai meno di quanto si creda, perché sia il sì sia il no possono continuare a operare all’interno dello stesso sistema di post-verità, dello stesso universo linguistico e mentale, dello stesso orizzonte nel quale ciò che conta non è l’accesso al vero, ma la governabilità delle percezioni. Il sì, in tale prospettiva, proseguirebbe semplicemente il movimento del sistema, confermandone l’accelerazione interna e rafforzando l’idea che l’ordine politico si esaurisca nella capacità di ristrutturare i propri meccanismi secondo le esigenze del momento. Il no, invece, almeno nella sua possibilità migliore, potrebbe avere un significato diverso, non perché rappresenti di per sé una redenzione teorica del quadro pubblico, ma perché potrebbe consentire di tenere per un momento ferme le biglie, di arrestare l’automatismo della macchina, di sottrarre almeno temporaneamente il sistema alla propria inerzia riformistica e narrativa, creando così uno spazio più libero per una riflessione ulteriore, più alta, più radicale, più esigente. Questo è, in fondo, il senso più serio che io attribuisco al no che ho convintamente sostenuto e votato. Esso non mi appare come il vessillo di una parte moralmente pura opposta a un’altra moralmente decaduta, né come il trionfo di un campo definitivamente alternativo all’altro, perché un simile dualismo resterebbe ancora prigioniero della superficie polemica del problema. Il no può valere, più modestamente e insieme più profondamente, come gesto di sospensione, come rifiuto di consegnare immediatamente l’ordine istituzionale all’ennesima operazione interna al medesimo paradigma, come occasione per sottrarre il discorso pubblico al ricatto dell’urgenza e reintrodurvi domande più fondamentali. Quale idea di giustizia presiede le nostre riforme. Quale concezione del potere informa il nostro costituzionalismo vissuto.
👏1
Quale nozione di bene della comunità sopravvive dentro un lessico politico ormai quasi interamente colonizzato dalla funzionalità, dalla tecnica, dall’emozione, dal consenso istantaneo. Sotto questo profilo, anche le forze politiche che stanno emergendo sulla scena pubblica dovrebbero essere giudicate non in base alla loro semplice novità sociologica, né in base alla loro capacità di intercettare il malessere diffuso, ma in rapporto alla loro effettiva possibilità di spezzare il recinto teorico nel quale la politica italiana ed europea continua a muoversi. Una novità che si limitasse a mutare il personale senza toccare il paradigma resterebbe perfettamente interna alla modernità che pretende di contestare. Una forza che denunciasse il sistema e tuttavia ne accettasse integralmente i presupposti antropologici, giuridici e filosofici, finirebbe soltanto per offrire al sistema una maschera ulteriore. Ciò che oggi manca non è un semplice ricambio di leadership. Manca una riapertura della questione della verità nella politica, della giustizia nel diritto, del fine nell’istituzione, dell’ordine nella libertà. Per questo lo squallore di questa campagna referendaria va ben oltre l’estemporaneità di qualche slogan infelice o la mediocrità di qualche dichiarazione. Esso rinvia alla crisi di una civiltà che continua a moltiplicare le procedure mentre perde il senso dei fini, che continua a invocare la Costituzione mentre dimentica di interrogarsi sulla giustizia, che continua a mobilitare il popolo mentre lo educa sempre meno al giudizio. In un simile paesaggio, il punto decisivo non è soltanto impedire una riforma ritenuta sbagliata, ma tentare di riaprire il varco verso una comprensione più vera dell’ordine politico. Il no, se vuole avere un significato che ecceda l’occasione, dovrebbe aspirare precisamente a questo, non a vincere dentro il sistema della post-verità come una sua variante momentaneamente prevalente, ma a incrinarlo almeno in parte, a rallentarne il ritmo, a rendere nuovamente pensabile una politica che non viva di slogan, di facce e di narrazioni, ma della difficile e alta fedeltà al vero.
👍6
Il mio editoriale oggi su La Nuova Bussola Quotidiana.
👍4👌3👏1
Scusate se ho cancellato i commenti, ma ho dovuto rimettere il banner perchè c'era un errore ortografico.
LEZIONE

Oggi, a lezione di Diritto Costituzionale con i ragazzi (anche di altri Atenei), per ascoltare il mio intervento sulla critica al concetto di "età dei diritti" presente nel pensiero di Norberto Bobbio.
👍1
Channel photo updated
L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:

ESITO REFERENDARIO: NON È UNA SFIDUCIA, MA UN SERIO AVVERTIMENTO

Il primo dato da cui partire è il più semplice e il più politico insieme. Il referendum confermativo/oppositivo sulla separazione delle magistrature e sull'istituzione dell'Alta Corte disciplinare è stato bocciato, con il No al 53,56% e un’affluenza del 58,93%. Non si è trattato di una vittoria stretta o geograficamente circoscritta, perché il No ha prevalso in tutte le Regioni tranne Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia e in tutti i capoluoghi di Regione. Già questi numeri suggeriscono che il risultato non può essere letto come la sola rivincita dell’opposizione, né come una protesta confinata a zone tradizionalmente ostili al Governo. È stata una risposta larga, composita, diffusa, capace di attraversare territori e sensibilità diverse. Una parte della responsabilità politica di questa lettura allargata ricade, peraltro, sullo stesso Governo. Fratelli d’Italia, il partito di maggioranza relativa, ha impostato la campagna come una mobilitazione di tipo elettorale, chiedendo ai propri di andare in cerca di voti quasi come in una corsa per le preferenze. Il Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore, On. Giorgia Meloni, è scesa direttamente in campo, ha definito il referendum una sfida tra chi vuole cambiare e chi vuole lasciare tutto immobile, ha collegato il voto anche ai temi della sicurezza e dell’immigrazione ed ha attribuito alla riforma un valore quasi decisivo per la capacità del sistema di correggere i propri squilibri. Ora, quando una consultazione di natura confermativa viene caricata in questo modo (lo sa bene Matteo Renzi), il rischio di trasformarla in una prova politica generale diventa inevitabile. Il referendum non è stato formalmente plebiscitario, però è stato certamente sospinto in quella direzione da una sovraesposizione del vertice dell’Esecutivo. E, tuttavia, sarebbe sbagliato dedurne che il No sia stato soltanto un voto contro Meloni. Secondo l’instant poll YouTrend per Sky TG24, il 69% dei votanti ha dichiarato che sulla scelta ha pesato soprattutto il giudizio nel merito della riforma, mentre solo il 28% ha indicato la volontà di dare un segnale politico. Persino tra gli elettori del No, nei quali rientra anche una percentuale non secondaria di elettori di centro-destra, prevale la motivazione di merito, al 63%, rispetto a quella più immediatamente politica, al 34%. Ancora più significativo è un altro dato: il 54% degli italiani ritiene che, anche dopo la vittoria del No, Giorgia Meloni debba continuare a guidare il Governo. Qui sta il punto decisivo. La bocciatura è reale, severa e inequivocabile, però non coincide con una domanda maggioritaria di caduta dell’Esecutivo. Del resto, sul piano giuridico, non esiste alcun automatismo dimissionario. Il referendum in questione è quello previsto dall’art. 138, comma 2, della Costituzione vigente, cioè uno strumento di conferma o di rigetto di una legge costituzionale, non un voto di fiducia sul Governo. La stessa architettura costituzionale, all’art. 94, chiarisce, inoltre, che il voto contrario delle Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni, obbligo che nasce, invece, da una formale revoca della fiducia. A maggior ragione, dunque, l’esito di un referendum confermativo/oppositivo non produce da sé alcun vincolo giuridico alle dimissioni. Neppure sul piano strettamente politico, oggi, sembrano esserci le condizioni per una crisi, perché la maggioranza parlamentare non è stata sfiduciata e il No ha avuto una composizione troppo ampia e trasversale per essere ridotto a un’investitura alternativa dell’opposizione. Questo, però, non significa che il Governo possa archiviare il voto come un incidente di percorso (da qui le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi). Un segnale c’è ed è un segnale serio.
❤5👍2
Non dice che il Paese abbia già scelto un’altra maggioranza (si illude, a riguardo, la sinistra), però dice che una parte rilevante dell’elettorato non si lascia più convincere da riforme presentate come risolutive e poi percepite come divisive, identitarie o sbilanciate. Nella misura in cui Palazzo Chigi ha personalizzato il referendum, il No finisce inevitabilmente per riverberarsi anche su altre scelte discutibili dell’Esecutivo: dalla politica estera alla linea energetica, dalle incertezze in materia pensionistica alla gestione dell’immigrazione, fino al modo ambiguo con cui viene vissuto il rapporto con l’Unione europea, talvolta evocata come vincolo oppressivo e talvolta utilizzata come alibi. Non è una sentenza definitiva, né una sfiducia formale. È qualcosa di forse più utile, e per questo più insidioso, un avvertimento politico. Chi governa farebbe bene a non scambiarlo per rumore di fondo.
❤1
Si tratta del testo che ho scritto.
❤2
CASO SANTANCHÈ E LA VIA DELLA SFIDUCIA INDIVIDUALE

Se l’On. Daniela Santanchè, Ministro del Turismo pro tempore, non si dimettesse, il Presidente del Consiglio dei Ministri, On. Giorgia Meloni, non potrebbe costringerla con un atto unilaterale. Egli non dispone, infatti, di un autonomo potere di revoca del singolo Ministro. La via tecnicamente corretta sarebbe la mozione di sfiducia individuale. Si tratta di uno strumento non espressamente previsto dalla Costituzione. La sua ammissibilità è stata, però, riconosciuta dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 7/1996. La Corte ha ricavato tale istituto dal principio di responsabilità individuale dei ministri. Dunque, anche un singolo ministro può perdere la fiducia parlamentare. La sfiducia individuale spezza il rapporto fiduciario tra quel ministro e la Camera che la approva. Sul piano politico-costituzionale, ciò rende necessaria la sua uscita dal Governo e la sua sostituzione. In sintesi: niente dimissioni coatte, ma possibile sfiducia individuale.
👍5