L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
LA RIFORMA "DEFORMATA"
Il punto più critico della riforma della Parte II, Titolo IV, del Testo fondamentale vigente, di cui alla legge di revisione costituzionale 30 ottobre 2025, sta in una evidente contraddizione interna che non può essere nascosta con formule di equilibrio istituzionale. Da un lato, il nuovo assetto afferma di voler separare in modo netto la carriera giudicante da quella requirente e, per dare concretezza a questa scelta, sdoppia il Consiglio superiore della magistratura. Dall’altro lato, quando si giunge al terreno più delicato, cioè quello della responsabilità disciplinare (che esiste già ed è disciplinata dal d.lgs. 23 febbraio 2006, n. 109), la separazione improvvisamente scompare e lascia il posto a una nuova sede unitaria, l’Alta Corte disciplinare, nella quale giudici e pubblici ministeri tornano a essere ricondotti dentro un solo organismo. La riforma, dunque, proclama la distinzione e subito dopo la smentisce proprio nel luogo in cui essa dovrebbe manifestarsi con maggiore coerenza. Il dato diventa ancora più significativo se si guarda alla composizione dell’organo. I componenti togati sono nove, di cui sei giudicanti e tre requirenti. Non solo, quindi, la funzione disciplinare viene riunificata, ma viene anche riunificata secondo un criterio di evidente asimmetria interna. I magistrati requirenti non si trovano in una posizione di parità rispetto ai giudicanti e la stessa formula secondo cui essi devono essere semplicemente “rappresentati” nel collegio conferma che la riforma non vuole garantire un equilibrio effettivo tra le due componenti. Essere rappresentati non significa concorrere in condizioni paritarie alla formazione del giudizio. Significa, più modestamente, essere presenti entro una struttura già costruita secondo un diverso rapporto di forza. L’Alta Corte, perciò, non realizza la separazione delle carriere, bensì la neutralizza nel momento disciplinare. Il risultato è un istituto che nasce per completare la riforma e finisce per incrinarne la logica. Se le carriere sono davvero separate, anche il giudizio disciplinare dovrebbe riflettere tale separazione in modo lineare e rigoroso. Se, invece, il momento disciplinare resta unitario e per di più sbilanciato, allora la separazione diventa una dichiarazione di principio priva di reale coerenza sistematica. L’Alta Corte non risolve il problema, lo rende più evidente.
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#giustodireno
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LA RIFORMA "DEFORMATA"
Il punto più critico della riforma della Parte II, Titolo IV, del Testo fondamentale vigente, di cui alla legge di revisione costituzionale 30 ottobre 2025, sta in una evidente contraddizione interna che non può essere nascosta con formule di equilibrio istituzionale. Da un lato, il nuovo assetto afferma di voler separare in modo netto la carriera giudicante da quella requirente e, per dare concretezza a questa scelta, sdoppia il Consiglio superiore della magistratura. Dall’altro lato, quando si giunge al terreno più delicato, cioè quello della responsabilità disciplinare (che esiste già ed è disciplinata dal d.lgs. 23 febbraio 2006, n. 109), la separazione improvvisamente scompare e lascia il posto a una nuova sede unitaria, l’Alta Corte disciplinare, nella quale giudici e pubblici ministeri tornano a essere ricondotti dentro un solo organismo. La riforma, dunque, proclama la distinzione e subito dopo la smentisce proprio nel luogo in cui essa dovrebbe manifestarsi con maggiore coerenza. Il dato diventa ancora più significativo se si guarda alla composizione dell’organo. I componenti togati sono nove, di cui sei giudicanti e tre requirenti. Non solo, quindi, la funzione disciplinare viene riunificata, ma viene anche riunificata secondo un criterio di evidente asimmetria interna. I magistrati requirenti non si trovano in una posizione di parità rispetto ai giudicanti e la stessa formula secondo cui essi devono essere semplicemente “rappresentati” nel collegio conferma che la riforma non vuole garantire un equilibrio effettivo tra le due componenti. Essere rappresentati non significa concorrere in condizioni paritarie alla formazione del giudizio. Significa, più modestamente, essere presenti entro una struttura già costruita secondo un diverso rapporto di forza. L’Alta Corte, perciò, non realizza la separazione delle carriere, bensì la neutralizza nel momento disciplinare. Il risultato è un istituto che nasce per completare la riforma e finisce per incrinarne la logica. Se le carriere sono davvero separate, anche il giudizio disciplinare dovrebbe riflettere tale separazione in modo lineare e rigoroso. Se, invece, il momento disciplinare resta unitario e per di più sbilanciato, allora la separazione diventa una dichiarazione di principio priva di reale coerenza sistematica. L’Alta Corte non risolve il problema, lo rende più evidente.
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IL GIUSNATURALISTA
Canale pubblico ispirato al pensiero giusnaturalistico classico.
L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
AUTONOMIA REGIONALE DIFFERENZIATA:
È uscito in questi giorni, nella prestigiosa rivista scientifica dell'Associazione italiana dei costituzionalisti (fascia A) e a seguito di un ottimo referaggio, un mio saggio inerente ad alcuni problemi concernenti il comma 3 dell'art. 116 della Costituzione vigente: 1) il rapporto tra intesa e legge di autonomia negoziata delle Camere; 2) l'ipoteca della Corte costituzionale sulle materie conferibili; 3) la questione della abrogabilità dopo la sentenza n. 10/2025; 4) la totale inadeguatezza dell'art. 116, comma 3, Cost. a conferire "forme e condizioni particolari di autonomia".
Il contributo è liberamente scaricabile dal sito web della Rivista. Vi pubblico le prime tre pagine. Il testo completo è reperibile qui: https://www.rivistaaic.it/it/
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IL FRASTUONO DEL POTERE:
"Ibi res publica labefactatur, ubi ii rem gubernant qui nec providere sciunt nec recte iudicare possunt" (cit. Daniele Trabucco)
Traduzione in lingua italiana: "Là lo Stato vacilla, dove governano coloro che non sanno né prevedere, né giudicare rettamente".
Un abbraccio a tutti e buona domenica!!!!
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🙏3
TRABUCCO: A PRIMA LETTURA
Che la magistratura italiana abbia problemi enormi è evidente. Che una parte di essa abbia conosciuto e conosca derive di politicizzazione, pure. E che non siano mancate indegne sentenze “creative”, altrettanto. Ma proprio per questo, dopo le esperienze greca e portoghese, che mostrano i limiti del sorteggio e i rischi di una separazione delle magistrature in termini di privatizzazione della giustizia penale (bastava studiarli come ha fatto il sottoscritto), pensare che una riformetta ordinamentale potesse risolvere la crisi della giustizia è semplicemente illusorio. Il punto, infatti, non è dire sì o no alla separazione delle carriere (rectius delle magistrature). Il vero nodo è più profondo: riguarda il fondamento stesso della giurisdizione, l’idea di giustizia che la sorregge, il rapporto tra legalità, potere e verità. È, prima ancora che un problema tecnico o organizzativo, un problema teoretico e questo i tifosi del Sì e del No non l'hanno compreso (salve eccezioni). Ed è qui che sta l’errore, ieri di Renzi e oggi di Meloni: aver trasformato una questione di architettura costituzionale in una battaglia politica, piegandola alla logica della propaganda e del consenso (voto SÌ, voto NO, una valanga di...). Una certa politicizzazione, quando si tocca la magistratura, è inevitabile. Tuttavia, qui si è andati troppo oltre: non si è cercato di riformare seriamente la giustizia (del resto la legge di revisione costituzionale 30 ottobre 2025 non andava in quella direzione), la si è usata come terreno di scontro.
Quando si sbaglia il fondamento, ogni riforma, qualunque riforma, è solo maquillage del problema.
Qui è tutta la classe politica che va sostituita con uomini e donne innervate di un pensiero non tanto controrivoluzionario (come blaterano certi "Papi laici" della tradizione cattolica (che poi sfociano nel tradizionalismo), ma di restaurazione della legge naturale.
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Che la magistratura italiana abbia problemi enormi è evidente. Che una parte di essa abbia conosciuto e conosca derive di politicizzazione, pure. E che non siano mancate indegne sentenze “creative”, altrettanto. Ma proprio per questo, dopo le esperienze greca e portoghese, che mostrano i limiti del sorteggio e i rischi di una separazione delle magistrature in termini di privatizzazione della giustizia penale (bastava studiarli come ha fatto il sottoscritto), pensare che una riformetta ordinamentale potesse risolvere la crisi della giustizia è semplicemente illusorio. Il punto, infatti, non è dire sì o no alla separazione delle carriere (rectius delle magistrature). Il vero nodo è più profondo: riguarda il fondamento stesso della giurisdizione, l’idea di giustizia che la sorregge, il rapporto tra legalità, potere e verità. È, prima ancora che un problema tecnico o organizzativo, un problema teoretico e questo i tifosi del Sì e del No non l'hanno compreso (salve eccezioni). Ed è qui che sta l’errore, ieri di Renzi e oggi di Meloni: aver trasformato una questione di architettura costituzionale in una battaglia politica, piegandola alla logica della propaganda e del consenso (voto SÌ, voto NO, una valanga di...). Una certa politicizzazione, quando si tocca la magistratura, è inevitabile. Tuttavia, qui si è andati troppo oltre: non si è cercato di riformare seriamente la giustizia (del resto la legge di revisione costituzionale 30 ottobre 2025 non andava in quella direzione), la si è usata come terreno di scontro.
Quando si sbaglia il fondamento, ogni riforma, qualunque riforma, è solo maquillage del problema.
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