IL GIUSNATURALISTA
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SEPARAZIONE DELLE MAGISTRATURE: RAGIONARE NEL MERITO

Palamara, la “gestione Covid”, Craxi, Berlusconi, Garlasco: tutte evocazioni utili alle tifoserie, non al diritto. Servono, in altri termini, a trasformare una riforma in un regolamento di conti simbolico. In questo modo, si certifica solo una cosa: non si è capito l’oggetto. La separazione delle magistrature è una scelta (per me molto discutibile) di architettura dell’ordinamento giudiziario, ma non c'entra alcunchè con i casi cui si è fatto prima riferimento. Si può essere per il sì o per il no, ma con argomenti sul merito: cosa cambia nei rapporti tra funzione requirente e giudicante, quali garanzie si rafforzano, quali rischi si introducono, come si governa l’autonomia e come si controlla il potere. Gli slogan non dicono nulla, perché non dimostrano nessun nesso causale tra “mancata separazione” e “patologie” che si agitano nel dibattito. Sul Covid il punto è ancora più chiaro. Il silenzio di pezzi di magistratura su determinate scelte, omissioni o responsabilità non dipende dalla (non) separazione delle magistrature, ma da fattori che stanno altrove: priorità investigative, indirizzi culturali, prudenza istituzionale, difficoltà probatorie, cornici normative emergenziali e sensibilità del contesto politico-mediatico. Separare le carriere non “produce” automaticamente più coraggio, più indipendenza o più rigore: non è un interruttore etico. Se la criticità sta nella selettività, nella timidezza o nella scelta di non toccare certi snodi, quello è un problema di accountability, di criteri di valutazione, di responsabilità e di controllo democratico-indiretto attraverso regole trasparenti, non un problema risolto dal ridisegno dei percorsi professionali. Anzi, proprio qui la separazione delle magistrature, così come disegnata, rischia di aggravare le opacità. Se il problema è capire perché certe piste non si percorrono, perché certe scelte investigative si fanno o non si fanno, moltiplicare i centri di autogoverno e i circuiti decisionali significa aumentare i punti in cui le dinamiche interne possono schermarsi: più snodi, più filiere, più intermediazione, meno tracciabilità complessiva. Non scompare il potere di corrente, non scompare la convenienza conformista, non scompare la logica della promozione: si ridisloca in ambiti più chiusi e specializzati. E quando il circuito è più chiuso, la pressione ambientale pesa di più e il dissenso costa di più. In termini logici: se non tocchi le cause (nomine, valutazioni, criteri, responsabilità), non correggi l’effetto (silenzio, selettività, opacità); al massimo cambi il teatro in cui l’effetto si manifesta. Svegliaaaaa!!!!

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LE FALSITÀ SUL REFERENDUM:

Il Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore, On. Giorgia Meloni, ha dichiarato, in occasione di un incontro sul referendum dei giorni 22-23 marzo 2026, che la legge di revisione costituzionale 30 ottobre 2025, in caso di vittoria dei SÌ, impedirebbe ai giudici di separare le famiglie (si veda il noto caso della "famiglia nel bosco"). È una enorme falsità, smentita dalla natura stessa della legge di modifica, dal momento che questa (la legge) delinea una riforma "ordinamentale", ovvero che interessa l'organizzazione dei CSM e l'Alta Corte disciplinare, ma non coinvolge in alcun modo l'esercizio della funzione giurisdizionale. Affermare questo, allora, non solo significa sostenere (per mere ragioni di consenso elettorale) una cosa non corretta, ma significa, soprattutto, mentire agli elettori.

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TRABUCCO: A PRIMA LETTURA

Che la magistratura italiana abbia problemi enormi è evidente. Che una parte di essa abbia conosciuto e conosca derive di politicizzazione, pure. E che non siano mancate indegne sentenze “creative”, altrettanto. Ma proprio per questo, dopo le esperienze greca e portoghese, che mostrano i limiti del sorteggio e i rischi di una separazione delle magistrature in termini di privatizzazione della giustizia penale (bastava studiarli come ha fatto il sottoscritto), pensare che una riformetta ordinamentale potesse risolvere la crisi della giustizia è semplicemente illusorio. Il punto, infatti, non è dire sì o no alla separazione delle carriere (rectius delle magistrature). Il vero nodo è più profondo: riguarda il fondamento stesso della giurisdizione, l’idea di giustizia che la sorregge, il rapporto tra legalità, potere e verità. È, prima ancora che un problema tecnico o organizzativo, un problema teoretico e questo i tifosi del Sì e del No non l'hanno compreso (salve eccezioni). Ed è qui che sta l’errore, ieri di Renzi e oggi di Meloni: aver trasformato una questione di architettura costituzionale in una battaglia politica, piegandola alla logica della propaganda e del consenso (voto SÌ, voto NO, una valanga di...). Una certa politicizzazione, quando si tocca la magistratura, è inevitabile. Tuttavia, qui si è andati troppo oltre: non si è cercato di riformare seriamente la giustizia (del resto la legge di revisione costituzionale 30 ottobre 2025 non andava in quella direzione), la si è usata come terreno di scontro.

Quando si sbaglia il fondamento, ogni riforma, qualunque riforma, è solo maquillage del problema.

Qui è tutta la classe politica che va sostituita con uomini e donne innervate di un pensiero non tanto controrivoluzionario (come blaterano certi "Papi laici" della tradizione cattolica (che poi sfociano nel tradizionalismo), ma di restaurazione della legge naturale.

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