Forwarded from Idee&Azione
LE FORME DEL POTERE - edizione 2026
Dopo il successo del primo ciclo seminariale, tornano i dibattiti suddivisi in incontri tematici, nei quali verranno approfondite le forme del potere tramite le parole di grandi pensatori e autori del pensiero mondiale, da Oriente a Occidente. Gli incontri uniranno la lettura commentata di brani scelti e la riflessione e discussione condivisa con tutti i partecipanti, in modo da sviluppare il pensiero critico e trarre, assieme, delle soluzioni.
Il seminario è aperto a tutti e si svolgere comodamente online.
Per info & iscrizioni
Francesca Ferrazza
+39 379 107 5715
universita@unidolomiti.it
Dopo il successo del primo ciclo seminariale, tornano i dibattiti suddivisi in incontri tematici, nei quali verranno approfondite le forme del potere tramite le parole di grandi pensatori e autori del pensiero mondiale, da Oriente a Occidente. Gli incontri uniranno la lettura commentata di brani scelti e la riflessione e discussione condivisa con tutti i partecipanti, in modo da sviluppare il pensiero critico e trarre, assieme, delle soluzioni.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
SIGONELLA, IL NO SENZA FIEREZZA DI UN GOVERNO A SOVRANITÀ DIMINUITA
La vicenda di Sigonella, emersa pubblicamente il 31 marzo 2026, non è un semplice episodio tecnico nei rapporti tra Roma e Washington. L’Italia ha negato agli Stati Uniti d'America l’uso della base siciliana per l’atterraggio di velivoli militari diretti verso il Medio Oriente nel contesto dell'"attacco preventivo" di Israele e Usa alla Repubblica islamica dell'Iran, perché la richiesta non era stata previamente autorizzata dalle autorità italiane e non erano state rispettate le procedure previste per l’impiego delle installazioni statunitensi sul territorio nazionale. Pare il rifiuto risalga al 27 marzo 2026 e, comunque, subito dopo, il Governo della Repubblica ha tenuto a precisare che non vi erano frizioni con gli Stati Uniti d'America e che i rapporti con Washington restavano solidi e improntati a leale cooperazione. È proprio in questo contrasto tra il gesto e il modo in cui esso viene subito ridimensionato che si coglie il significato politico dell’intera vicenda. Il quadro normativo, letto con ordine, non consente affatto di considerare Sigonella come uno spazio liberamente disponibile per la strategia militare americana. La disciplina generale della presenza delle forze alleate si collega anzitutto alla Convenzione tra gli Stati partecipanti al Trattato del Nord Atlantico sullo statuto delle loro Forze armate, cioè il cosiddetto NATO SOFA, firmato a Londra il 19 giugno 1951 e recepito in Italia con la legge ordinaria dello Stato n. 1335/1955. A questo livello si aggiunge poi il quadro bilaterale italo-statunitense. La documentazione della Camera dei Deputati ricorda, infatti, che il testo fondamentale in materia di basi americane in Italia è il Bilateral Infrastructure Agreement del 20 ottobre 1954, al quale si è poi affiancato il Memorandum d’intesa del 2 febbraio 1995, noto come Shell Agreement, oltre agli accordi tecnici relativi alle singole installazioni. In altri termini, la base di Sigonella resta collocata dentro l’ordinamento italiano e non fuori di esso, sicché il suo uso per finalità militari non può mai essere ridotto a una pretesa automatica dell’alleato americano. Proprio qui emerge il primo dato giuridico e politico decisivo. Il Governo Meloni non ha compiuto un atto di particolare coraggio, né ha improvvisamente riscoperto la dignità della sovranità nazionale. Ha fatto soltanto ciò che il diritto gli imponeva di fare. Quando un Governo straniero pretende di utilizzare una base collocata in territorio italiano per operazioni connesse a una guerra in corso, l’Italia non può essere trattata come una piattaforma logistica passiva, pronta a obbedire senza previa decisione politica. Il diniego, quindi, non è stato un atto di audacia. È stato il minimo sindacale della legalità. Ed è proprio questo a rendere ancora più grave il comportamento successivo dell’Esecutivo, perché un Governo realmente consapevole del proprio ruolo avrebbe rivendicato con fermezza il limite opposto, mentre qui si è scelto di trasformare un atto dovuto in una scusa diplomatica, quasi a voler rassicurare immediatamente il padrone che nulla, in fondo, era davvero cambiato. La posizione penosa del Ministro della Difesa pro tempore, On. Guido Crosetto, si colloca esattamente dentro questa logica di arretramento. Il Ministro ha negato qualunque rottura con Washington e qualunque mutamento di linea, precisando che le basi statunitensi restano operative e che, semplicemente, per gli usi non compresi negli accordi vigenti serve un’autorizzazione speciale. Formalmente il diniego non è stato ritirato, però politicamente è stato subito svuotato. Il no è rimasto in piedi, ma gli è stata tolta ogni forza simbolica e ogni portata autonoma. Così facendo, Crosetto ha mostrato la postura tipica del Governo subalterno, che si irrigidisce nel linguaggio interno e si piega appena teme di disturbare davvero gli Stati Uniti d'America. In questo senso il passo indietro c’è stato, non sul piano formale, ma sul piano politico, lessicale e morale.
SIGONELLA, IL NO SENZA FIEREZZA DI UN GOVERNO A SOVRANITÀ DIMINUITA
La vicenda di Sigonella, emersa pubblicamente il 31 marzo 2026, non è un semplice episodio tecnico nei rapporti tra Roma e Washington. L’Italia ha negato agli Stati Uniti d'America l’uso della base siciliana per l’atterraggio di velivoli militari diretti verso il Medio Oriente nel contesto dell'"attacco preventivo" di Israele e Usa alla Repubblica islamica dell'Iran, perché la richiesta non era stata previamente autorizzata dalle autorità italiane e non erano state rispettate le procedure previste per l’impiego delle installazioni statunitensi sul territorio nazionale. Pare il rifiuto risalga al 27 marzo 2026 e, comunque, subito dopo, il Governo della Repubblica ha tenuto a precisare che non vi erano frizioni con gli Stati Uniti d'America e che i rapporti con Washington restavano solidi e improntati a leale cooperazione. È proprio in questo contrasto tra il gesto e il modo in cui esso viene subito ridimensionato che si coglie il significato politico dell’intera vicenda. Il quadro normativo, letto con ordine, non consente affatto di considerare Sigonella come uno spazio liberamente disponibile per la strategia militare americana. La disciplina generale della presenza delle forze alleate si collega anzitutto alla Convenzione tra gli Stati partecipanti al Trattato del Nord Atlantico sullo statuto delle loro Forze armate, cioè il cosiddetto NATO SOFA, firmato a Londra il 19 giugno 1951 e recepito in Italia con la legge ordinaria dello Stato n. 1335/1955. A questo livello si aggiunge poi il quadro bilaterale italo-statunitense. La documentazione della Camera dei Deputati ricorda, infatti, che il testo fondamentale in materia di basi americane in Italia è il Bilateral Infrastructure Agreement del 20 ottobre 1954, al quale si è poi affiancato il Memorandum d’intesa del 2 febbraio 1995, noto come Shell Agreement, oltre agli accordi tecnici relativi alle singole installazioni. In altri termini, la base di Sigonella resta collocata dentro l’ordinamento italiano e non fuori di esso, sicché il suo uso per finalità militari non può mai essere ridotto a una pretesa automatica dell’alleato americano. Proprio qui emerge il primo dato giuridico e politico decisivo. Il Governo Meloni non ha compiuto un atto di particolare coraggio, né ha improvvisamente riscoperto la dignità della sovranità nazionale. Ha fatto soltanto ciò che il diritto gli imponeva di fare. Quando un Governo straniero pretende di utilizzare una base collocata in territorio italiano per operazioni connesse a una guerra in corso, l’Italia non può essere trattata come una piattaforma logistica passiva, pronta a obbedire senza previa decisione politica. Il diniego, quindi, non è stato un atto di audacia. È stato il minimo sindacale della legalità. Ed è proprio questo a rendere ancora più grave il comportamento successivo dell’Esecutivo, perché un Governo realmente consapevole del proprio ruolo avrebbe rivendicato con fermezza il limite opposto, mentre qui si è scelto di trasformare un atto dovuto in una scusa diplomatica, quasi a voler rassicurare immediatamente il padrone che nulla, in fondo, era davvero cambiato. La posizione penosa del Ministro della Difesa pro tempore, On. Guido Crosetto, si colloca esattamente dentro questa logica di arretramento. Il Ministro ha negato qualunque rottura con Washington e qualunque mutamento di linea, precisando che le basi statunitensi restano operative e che, semplicemente, per gli usi non compresi negli accordi vigenti serve un’autorizzazione speciale. Formalmente il diniego non è stato ritirato, però politicamente è stato subito svuotato. Il no è rimasto in piedi, ma gli è stata tolta ogni forza simbolica e ogni portata autonoma. Così facendo, Crosetto ha mostrato la postura tipica del Governo subalterno, che si irrigidisce nel linguaggio interno e si piega appena teme di disturbare davvero gli Stati Uniti d'America. In questo senso il passo indietro c’è stato, non sul piano formale, ma sul piano politico, lessicale e morale.
La contraddizione del Governo Meloni appare, allora, in tutta la sua evidenza. Da anni questo Esecutivo vive di retorica sovranista, di richiami continui alla patria, all’interesse nazionale e alla libertà decisionale dello Stato. Quando però la sovranità dovrebbe essere esercitata nei confronti della potenza americana e della direttrice bellica condivisa con Israele, il tono cambia immediatamente. La decisione italiana viene compressa entro il linguaggio neutro della procedura, viene quasi miniaturizzata, viene presentata come un normale adempimento tecnico. A differenza del Regno di Spagna, il Governo italiano non ha assunto una linea dura contro la guerra e che Meloni, pur promettendo il coinvolgimento parlamentare in caso di richieste più ampie, ha mantenuto una posizione molto più cauta e vicina a Washington. Il risultato è impietoso. La sovranità (concetto già problematico sul piano teoretico in quanto "prodotto" della modernità che porta con sè aporie e contraddizioni) viene evocata quando serve consenso interno, ma viene addolcita quando rischia di disturbare i centri reali del potere atlantico. Sigonella, diversamente da quanto accaduto nel 1985 quando era Presidente del Consiglio dei Ministri Bettino Craxi, mostra una sovranità residuale, esercitata soltanto quando l’alleato eccede perfino i margini della consuetudine subordinata. Il Governo Meloni non appare come il custode dell’indipendenza italiana, bensì come il gestore prudente di una dipendenza che non vuole mai mettere davvero in discussione. Per questo il diniego non nobilita l’Esecutivo. Lo smaschera. Mostra un Governo che sa dire no soltanto quando può subito spiegare che quel no non è un vero no, che sa ancora opporre un limite giuridico ma non sa più sostenerlo come scelta politica, che parla di sovranità al popolo italiano ma la esercita con esitazione quando si tratta di non urtare gli Stati Uniti d'America e Israele. Il problema, allora, non è soltanto giuridico o diplomatico. È filosofico e costituzionale insieme. Uno Stato che conserva i simboli della sovranità ma teme di usarne la sostanza è uno Stato che abita fino in fondo l’aporia della modernità politica, perché continua a proclamarsi sovrano mentre si abitua, ogni giorno di più, a vivere da soggetto limitato e da alleato subalterno.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA: Fonte: Agenda geopolitica n. 3/2026
L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
L’ECONOMIA DELL’ESSERE E IL DEBITO DELLA COLPA: IL CANTO VII DEL PARADISO COME TRATTATO DELLA REDENZIONE
Nel canto VII del Paradiso Dante (1265-1321) non si limita a chiarire un dubbio esegetico relativo alla morte di Cristo, né si arresta alla dimensione devota della contemplazione del sacrificio redentore, poiché ciò che qui viene progressivamente portato alla luce è la struttura intelligibile dell’intera economia della salvezza, cioè il nesso interno che unisce la creazione, la dignità originaria della natura umana, la dislocazione introdotta dal peccato, l’esigenza della soddisfazione e la necessità sapienziale dell’Incarnazione del Verbo. In questo senso il canto assume il profilo di un vero trattato, perché la poesia accoglie e trasfigura una sequenza di questioni che appartengono alla più alta metafisica teologica e lo fa secondo un ordine rigoroso nel quale ogni proposizione rinvia alla successiva come a un proprio svolgimento necessario. Il punto da cui Beatrice prende le mosse è la nobiltà ontologica della creatura razionale, la quale non deriva da una semplice preminenza funzionale all’interno del cosmo, bensì dalla sua immediata derivazione da Dio e dalla sua ordinazione diretta al Bene primo come fine. L’uomo, in quanto creato secondo una forma spirituale capace di verità e di libertà, non si colloca nel reale come un ente tra gli altri, ma come quel vivente nel quale l’ordine dell’essere si raccoglie in autocoscienza e tende consapevolmente al proprio principio. Per questa ragione il peccato delle origini non può essere inteso in termini puramente morali o giuridici, quasi si trattasse della violazione esterna di un comando positivo, poiché esso è, nel suo nucleo più profondo, un atto di avversione dell’intelletto e della volontà rispetto alla misura stessa del bene, cioè il tentativo della creatura di appropriarsi del fine fuori dall’ordine del fine e di affermarsi non secondo partecipazione, ma secondo una impossibile autonomia. La colpa, pertanto, assume subito una portata metafisica, dal momento che introduce nella natura umana non una distruzione dell’essere, che in quanto tale resta dono divino e perciò bene, ma una sua radicale disarticolazione secondo l’ordine della giustizia. Su questo fondamento si comprende la necessità del problema redentivo. Se il peccato ha ferito l’ordine in un soggetto che, proprio per la sua eccellenza ontologica, era chiamato a ricapitolare in sé il movimento ascensivo del creato verso Dio, ne segue che la restaurazione di tale ordine non può consistere in una semplice remissione estrinseca, quasi che il male potesse essere ignorato o revocato per pura decisione sovrana senza che l’essere leso venga reintegrato secondo verità. La giustizia divina, quale Dante la concepisce, non è affatto assimilabile a una logica compensativa o punitiva di carattere semplicemente forense, poiché essa coincide piuttosto con l’inviolabile rettitudine del bene in quanto voluto dalla sapienza eterna. Di conseguenza il disordine introdotto dalla colpa deve essere ricondotto all’ordine non mediante una sospensione della giustizia, ma attraverso il suo compimento, il che implica che la reintegrazione provenga precisamente da quella natura che ha peccato e tuttavia possieda una dignità capace di eccedere la misura finita della creatura decaduta. Qui il ragionamento di Dante raggiunge una densità straordinaria, perché mostra che la salvezza esige simultaneamente identità del soggetto debitore e trascendenza del principio soddisfattorio. Deve essere l’uomo a rispondere del peccato dell’uomo e, tuttavia, nessun puro uomo può offrire una soddisfazione proporzionata a un disordine che, in ragione dell’altezza del termine offeso, assume una gravità che oltrepassa ogni misura creata. Da tale aporia, che in realtà è il luogo speculativo in cui si dischiude il mistero cristiano, sorge la necessità del Verbo incarnato.
L’ECONOMIA DELL’ESSERE E IL DEBITO DELLA COLPA: IL CANTO VII DEL PARADISO COME TRATTATO DELLA REDENZIONE
Nel canto VII del Paradiso Dante (1265-1321) non si limita a chiarire un dubbio esegetico relativo alla morte di Cristo, né si arresta alla dimensione devota della contemplazione del sacrificio redentore, poiché ciò che qui viene progressivamente portato alla luce è la struttura intelligibile dell’intera economia della salvezza, cioè il nesso interno che unisce la creazione, la dignità originaria della natura umana, la dislocazione introdotta dal peccato, l’esigenza della soddisfazione e la necessità sapienziale dell’Incarnazione del Verbo. In questo senso il canto assume il profilo di un vero trattato, perché la poesia accoglie e trasfigura una sequenza di questioni che appartengono alla più alta metafisica teologica e lo fa secondo un ordine rigoroso nel quale ogni proposizione rinvia alla successiva come a un proprio svolgimento necessario. Il punto da cui Beatrice prende le mosse è la nobiltà ontologica della creatura razionale, la quale non deriva da una semplice preminenza funzionale all’interno del cosmo, bensì dalla sua immediata derivazione da Dio e dalla sua ordinazione diretta al Bene primo come fine. L’uomo, in quanto creato secondo una forma spirituale capace di verità e di libertà, non si colloca nel reale come un ente tra gli altri, ma come quel vivente nel quale l’ordine dell’essere si raccoglie in autocoscienza e tende consapevolmente al proprio principio. Per questa ragione il peccato delle origini non può essere inteso in termini puramente morali o giuridici, quasi si trattasse della violazione esterna di un comando positivo, poiché esso è, nel suo nucleo più profondo, un atto di avversione dell’intelletto e della volontà rispetto alla misura stessa del bene, cioè il tentativo della creatura di appropriarsi del fine fuori dall’ordine del fine e di affermarsi non secondo partecipazione, ma secondo una impossibile autonomia. La colpa, pertanto, assume subito una portata metafisica, dal momento che introduce nella natura umana non una distruzione dell’essere, che in quanto tale resta dono divino e perciò bene, ma una sua radicale disarticolazione secondo l’ordine della giustizia. Su questo fondamento si comprende la necessità del problema redentivo. Se il peccato ha ferito l’ordine in un soggetto che, proprio per la sua eccellenza ontologica, era chiamato a ricapitolare in sé il movimento ascensivo del creato verso Dio, ne segue che la restaurazione di tale ordine non può consistere in una semplice remissione estrinseca, quasi che il male potesse essere ignorato o revocato per pura decisione sovrana senza che l’essere leso venga reintegrato secondo verità. La giustizia divina, quale Dante la concepisce, non è affatto assimilabile a una logica compensativa o punitiva di carattere semplicemente forense, poiché essa coincide piuttosto con l’inviolabile rettitudine del bene in quanto voluto dalla sapienza eterna. Di conseguenza il disordine introdotto dalla colpa deve essere ricondotto all’ordine non mediante una sospensione della giustizia, ma attraverso il suo compimento, il che implica che la reintegrazione provenga precisamente da quella natura che ha peccato e tuttavia possieda una dignità capace di eccedere la misura finita della creatura decaduta. Qui il ragionamento di Dante raggiunge una densità straordinaria, perché mostra che la salvezza esige simultaneamente identità del soggetto debitore e trascendenza del principio soddisfattorio. Deve essere l’uomo a rispondere del peccato dell’uomo e, tuttavia, nessun puro uomo può offrire una soddisfazione proporzionata a un disordine che, in ragione dell’altezza del termine offeso, assume una gravità che oltrepassa ogni misura creata. Da tale aporia, che in realtà è il luogo speculativo in cui si dischiude il mistero cristiano, sorge la necessità del Verbo incarnato.
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IL GIUSNATURALISTA
Canale pubblico ispirato al pensiero giusnaturalistico classico.
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L’Incarnazione non interviene come rimedio secondario o come soluzione soltanto conveniente, bensì come unico evento nel quale la giustizia e la misericordia si mostrano perfettamente identiche nell’atto stesso in cui sembrano distinguersi secondo il nostro modo di concepire. In Cristo, infatti, la natura umana è assunta dalla persona del Figlio, onde ciò che viene operato umanamente nella sua obbedienza, nella sua passione e nella sua morte possiede un valore che, pur restando realmente umano, è insieme illimitatamente eccedente in ragione della soggettività divina che lo sostiene. Il punto decisivo consiste nel fatto che la redenzione non si produce per il semplice patire di Cristo, quasi che il dolore, in quanto tale, avesse una virtù salvifica automatica, ma per l’atto perfetto di obbedienza con cui la volontà umana del Verbo incarnato aderisce senza residuo all’ordine del Bene e lo ristabilisce proprio nel luogo in cui la volontà di Adamo se ne era separata. L’opposizione tra il primo e il secondo Adamo, che struttura silenziosamente il canto, deve essere, dunque, letta in termini rigorosamente ontologici oltre che morali, poiché in Adamo la libertà si flette su di sé e pretende il bene secondo usurpazione, mentre in Cristo la libertà si compie nel dono di sé e restituisce l’umano al suo principio secondo una misura di perfezione che non solo ripara la perdita, ma inaugura una forma più alta di comunione. Entro questa cornice diviene pienamente intelligibile anche il paradosso che aveva originato il dubbio di Dante, vale a dire il fatto che la medesima Croce possa essere considerata, sotto aspetti diversi, insieme come il più grande delitto e come il principio della salvezza del mondo. La soluzione offerta da Beatrice riposa su una distinzione essenziale tra l’intenzione malvagia degli agenti storici e l’ordine provvidenziale nel quale Dio dispone gli eventi senza mai essere autore del male morale. Coloro che condannarono e uccisero Cristo agirono secondo ingiustizia, poiché la loro volontà si mosse contro l’innocenza e contro la verità e, in questo senso, la loro responsabilità resta integra. Nondimeno la provvidenza divina, che non subisce la storia come una serie di contingenze eterogenee, bensì la regge dall’interno secondo la suprema causalità del bene, ha disposto che proprio quell’atto ingiusto divenisse, senza perdere la sua qualità di colpa, il luogo nel quale l’obbedienza del Figlio si manifestasse come soddisfazione perfetta. Non vi è, dunque, trasmutazione del male in bene, poiché il male resta privazione e disordine e, tuttavia, esso viene assunto in una economia superiore nella quale il bene si mostra tanto più potente quanto più radicalmente vince il negativo non eludendolo, ma attraversandolo e superandolo. La teologia della Croce che emerge dal canto VII è, da questo punto di vista, una teologia della sovranità assoluta del bene, che non elimina la libertà creata e non attenua l’imputabilità della colpa, ma rivela come nessuna negatività possa sottrarsi all’ordine della sapienza divina. L’orizzonte ultimo del canto è, dunque, quello di una metafisica della partecipazione. Tutto ciò che esiste è in quanto riceve l’essere, e tutto ciò che è, in quanto è, è bene in misura della propria derivazione dal Primo Bene. Il peccato non introduce un principio alternativo all’essere, né costituisce una sostanza antagonista, poiché esso è sempre e soltanto disordine del partecipato rispetto alla sua fonte. La redenzione, di conseguenza, non può essere pensata come un’aggiunta esteriore a una realtà ormai perduta, ma come il ristabilimento e insieme il compimento dell’ordine partecipativo della creatura mediante il ritorno di essa alla propria origine secondo una forma più alta e più intima. In Cristo l’umano non viene semplicemente ricondotto alla sua innocenza iniziale, poiché l’assunzione della natura da parte del Verbo apre alla creatura razionale una prossimità con Dio che oltrepassa la pura condizione edenica e introduce l’ordine della grazia come elevazione soprannaturale del creato.
Si comprende allora perché Dante faccia della redenzione non un episodio della storia religiosa, ma la chiave di volta dell’intero reale. La Croce non occupa soltanto il centro della vicenda umana, occupa il centro intelligibile dell’essere storico, perché in essa si manifesta il principio secondo cui il fondamento del mondo non è la necessità anonima, non è il destino, non è la pura potenza, bensì l’atto personale di un amore sapiente che restituisce ordine al reale senza violarne la libertà. La grandezza speculativa del canto VII consiste precisamente in questa perfetta coappartenenza di ontologia, cristologia e soteriologia. Dante pensa la colpa alla luce dell’essere, la giustizia alla luce del bene, la misericordia alla luce della sapienza, e l’Incarnazione alla luce della necessità intrinseca che governa il rapporto tra il finito decaduto e l’Infinito redentore. Perciò il mistero non appare come ciò che interrompe il lavoro dell’intelligenza, bensì come ciò che lo conduce al suo vertice proprio nel momento in cui lo oltrepassa. Lì dove la ragione lasciata a se stessa vedrebbe soltanto l’insanabile sproporzione tra la colpa dell’uomo e la santità di Dio, Dante mostra che la verità suprema consiste nel fatto che il Logos stesso entra nella storia, assume la natura ferita e, restituendola a sé mediante l’obbedienza della Croce, rivela che l’ultimo nome dell’essere non è la forza, ma la carità ordinatrice del Bene assoluto.