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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
https://www.gazzettadellemilia.it/cultura/item/53132-seminario-di-studi-a-48-anni-dalla-legge-basaglia
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Seminario di studi. A 48 anni dalla Legge Basaglia
Il convegno intende proporre una riflessione sul TSO a quarant'anni dalla legge Basaglia. L'incontro offrirà un'occasione di confronto su un tema di grande rilievo umano, medico e giuridic...
L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
L’UNGHERIA RISCHIA DI PERDERE LA SUA ECCEZIONE: A PRIMA LETTURA
Nei dati che stanno emergendo in Ungheria a seguito delle elezioni politiche, il partito Tisza di Péter Magyar è in vantaggio su Fidesz di Viktor Orbán con il 51% contro il 40% dei voti di lista ed è avanti in 95 collegi uninominali su 106, mentre l’affluenza ha superato il 77%, dato che segnala una mobilitazione straordinaria dell’elettorato. Il quadro, dunque, è già politicamente molto eloquente. Ora, va precisato che il voto ha riguardato il Parlamento e non l’elezione diretta del Capo del Governo, però in Ungheria le due dimensioni sono strettamente intrecciate, perché l’Assemblea nazionale (monocamerale) è composta da 199 deputati, dei quali 106 eletti in collegi uninominali e 93 su liste nazionali e delle minoranze e proprio questa Assemblea elegge il Primo Ministro su proposta del Presidente della Repubblica, con maggioranza dei membri, sicché chi conquista la maggioranza parlamentare conquista in sostanza anche l’indirizzo dell’Esecutivo. In termini costituzionali il passaggio è lineare, perché il Governo è formato dal Primo Ministro e dai Ministri, resta responsabile davanti al Parlamento e può essere sostituito attraverso una sfiducia costruttiva, il che conferisce al voto di oggi un valore immediatamente governante e non soltanto rappresentativo. Con la vittoria di Tisza, l’Ungheria entrerà in una fase nuova, nella quale il partito filo-europeo che oggi prevale tenderà a ricollocare Budapest più saldamente nell’orbita occidentale. Tisza è una forza di centrodestra entrata nel Partito Popolare Europeo, favorevole a rapporti più solidi con Unione Europea e NATO, intenzionata a sbloccare i fondi europei congelati, ad aderire alla Procura europea e a ridurre quella politica del veto con cui Orbán ha spesso rallentato aiuti a Kiev e attenuato decisioni europee sulle sanzioni. Non si tratterebbe di una svolta ideologica totale, perché Magyar ha parlato anche di rapporti pragmatici con la Federazione Russa e ha perfino prospettato un referendum sull’eventuale ingresso dell’Ucraina nell’Unione, però la direzione di marcia sarebbe ugualmente chiara, cioè meno Budapest come capitale dell’eccezione sovranista e più Budapest come partner integrato nelle logiche maggioritarie di Bruxelles e del PPE. Tuttavia, ad Orbán si deve riconoscere che il suo lungo ciclo non è stato solo una patologia democratica agli occhi dei suoi avversari, bensì anche e soprattutto il tentativo di conservare per l’Ungheria un margine di sovranità reale sulla guerra, sull’energia, sui rapporti con Mosca e sulla resistenza alle spinte uniformatrici dell’Unione. Proprio per questo motivo la vittoria di Tisza porta con sé anche criticità serie, perché un più marcato spostamento verso Ovest significa certamente meno isolamento e forse più risorse europee, però significa anche minore capacità di Budapest di usare il proprio peso istituzionale per frenare l’accentramento decisionale dell’Unione, maggiore esposizione alle condizionalità sullo Stato di diritto e più disponibilità a riallinearsi alla linea europea su Kiev. Orbán ha, comunque, portato avanti l’idea che un piccolo Stato membro possa ancora opporre resistenza politica alla trasformazione dell’Unione in un ordinamento sempre meno confederale e sempre più intrusivo. Se Tisza confermerà il sorpasso, l’Ungheria diventerà probabilmente più accettabile per l’Occidente, ma anche meno autonoma nel difendere la propria irriducibilità politica.
L’UNGHERIA RISCHIA DI PERDERE LA SUA ECCEZIONE: A PRIMA LETTURA
Nei dati che stanno emergendo in Ungheria a seguito delle elezioni politiche, il partito Tisza di Péter Magyar è in vantaggio su Fidesz di Viktor Orbán con il 51% contro il 40% dei voti di lista ed è avanti in 95 collegi uninominali su 106, mentre l’affluenza ha superato il 77%, dato che segnala una mobilitazione straordinaria dell’elettorato. Il quadro, dunque, è già politicamente molto eloquente. Ora, va precisato che il voto ha riguardato il Parlamento e non l’elezione diretta del Capo del Governo, però in Ungheria le due dimensioni sono strettamente intrecciate, perché l’Assemblea nazionale (monocamerale) è composta da 199 deputati, dei quali 106 eletti in collegi uninominali e 93 su liste nazionali e delle minoranze e proprio questa Assemblea elegge il Primo Ministro su proposta del Presidente della Repubblica, con maggioranza dei membri, sicché chi conquista la maggioranza parlamentare conquista in sostanza anche l’indirizzo dell’Esecutivo. In termini costituzionali il passaggio è lineare, perché il Governo è formato dal Primo Ministro e dai Ministri, resta responsabile davanti al Parlamento e può essere sostituito attraverso una sfiducia costruttiva, il che conferisce al voto di oggi un valore immediatamente governante e non soltanto rappresentativo. Con la vittoria di Tisza, l’Ungheria entrerà in una fase nuova, nella quale il partito filo-europeo che oggi prevale tenderà a ricollocare Budapest più saldamente nell’orbita occidentale. Tisza è una forza di centrodestra entrata nel Partito Popolare Europeo, favorevole a rapporti più solidi con Unione Europea e NATO, intenzionata a sbloccare i fondi europei congelati, ad aderire alla Procura europea e a ridurre quella politica del veto con cui Orbán ha spesso rallentato aiuti a Kiev e attenuato decisioni europee sulle sanzioni. Non si tratterebbe di una svolta ideologica totale, perché Magyar ha parlato anche di rapporti pragmatici con la Federazione Russa e ha perfino prospettato un referendum sull’eventuale ingresso dell’Ucraina nell’Unione, però la direzione di marcia sarebbe ugualmente chiara, cioè meno Budapest come capitale dell’eccezione sovranista e più Budapest come partner integrato nelle logiche maggioritarie di Bruxelles e del PPE. Tuttavia, ad Orbán si deve riconoscere che il suo lungo ciclo non è stato solo una patologia democratica agli occhi dei suoi avversari, bensì anche e soprattutto il tentativo di conservare per l’Ungheria un margine di sovranità reale sulla guerra, sull’energia, sui rapporti con Mosca e sulla resistenza alle spinte uniformatrici dell’Unione. Proprio per questo motivo la vittoria di Tisza porta con sé anche criticità serie, perché un più marcato spostamento verso Ovest significa certamente meno isolamento e forse più risorse europee, però significa anche minore capacità di Budapest di usare il proprio peso istituzionale per frenare l’accentramento decisionale dell’Unione, maggiore esposizione alle condizionalità sullo Stato di diritto e più disponibilità a riallinearsi alla linea europea su Kiev. Orbán ha, comunque, portato avanti l’idea che un piccolo Stato membro possa ancora opporre resistenza politica alla trasformazione dell’Unione in un ordinamento sempre meno confederale e sempre più intrusivo. Se Tisza confermerà il sorpasso, l’Ungheria diventerà probabilmente più accettabile per l’Occidente, ma anche meno autonoma nel difendere la propria irriducibilità politica.
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Forwarded from Idee&Azione
Recente post di Donald Trump su Truth.
Quando vi racconta di “pazzi invasati di religione”, ricordatevi che si riferisce a se stessi e agli americani che lo seguono.
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SEMINARIO SUL REGIONALISMO DIFFERENZIATO:
Questa mattina, ospite della prof. ssa Cristiana Benetazzo (Università degli Studi di Padova), per un seminario dal titolo "La natura dell'intesa e la legge di autonomia negoziata nell'art. 116, comma 3, della Costituzione vigente", nell'ambito del Corso di Laurea in Consulenti del Lavoro-Scuola di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Padova.
Seguimi sul canale Telegram Il Giusnaturalista https://t.me/Giusnaturalista
#unipd
#Meloni
#Autonomia
#Lega
#Vannacci
#FuturoNazionale
#corrieredellasera
#ilfattoquotidiano
Questa mattina, ospite della prof. ssa Cristiana Benetazzo (Università degli Studi di Padova), per un seminario dal titolo "La natura dell'intesa e la legge di autonomia negoziata nell'art. 116, comma 3, della Costituzione vigente", nell'ambito del Corso di Laurea in Consulenti del Lavoro-Scuola di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Padova.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
QUANDO L’IMPERO INSULTA PIETRO: LEONE XIV E LA PACE COME FORMA DELLA GIUSTIZIA
Tra il 12 e il 13 aprile 2026 il Presidente degli Stati Uniti d'America, Donald J. Trump, ha colpito pubblicamente Papa Leone XIV con parole di sprezzante aggressività, accusandolo di debolezza in materia di sicurezza e di inconsistenza in politica estera, dopo che il Pontefice aveva condannato con crescente nettezza la guerra contro l’Iran, la minaccia ai civili e la degradazione di un linguaggio politico che pretende di coprirsi di motivi religiosi mentre prepara la distruzione. Nelle stesse ore Trump ha anche diffuso, salvo poi ritirarla, un’immagine di sé costruita in chiave cristologica, quasi che la sovraesposizione del proprio io potesse assorbire simbolicamente ciò che eccede per essenza ogni sovranità terrena. Leone XIV ha risposto senza abbassarsi alla polemica, dichiarando di non temere l’amministrazione americana e di voler continuare a levare la sua voce contro la guerra, in favore del dialogo e di soluzioni giuste tra gli Stati. In Algeria, quasi a conferire alla sua risposta una cornice spirituale e teoretica più ampia del mero incidente diplomatico, ha poi definito la pace come espressione di giustizia e di dignità, aggiungendo che il futuro appartiene agli uomini e alle donne di pace. Il significato dell’episodio eccede, dunque, la cronaca, perché non vi è in gioco soltanto una contesa tra un Presidente e un Papa, bensì la collisione fra due antropologie politiche e, più in profondità ancora, fra due diverse metafisiche dell’ordine. Nella postura di Trump si rende visibile una concezione del politico come autocertificazione della forza, come volontà che si assume da sé quale principio di legittimazione e che, proprio per questo, avverte come intollerabile ogni parola capace di ricordarle che il potere non coincide con il bene, che l’efficacia non si converte da sola in giustizia e che la storia non assolve l’arbitrio solo perché esso riesce a imporsi. Nell’intervento di Leone XIV, al contrario, riemerge l’idea che la politica sia intrinsecamente misurata da un criterio che non produce, che non manipola e che non può revocare, poiché l’ordine della convivenza, se vuole essere più di un equilibrio precario tra paure reciproche, deve lasciarsi giudicare da una verità sul bene umano che precede la decisione e la limita. Il nervo scoperto della reazione trumpiana sta precisamente qui, nell’irritazione dinanzi a un’autorità che non deriva dal consenso, non si piega alla grammatica della minaccia e continua a ricordare all’impero la sua costitutiva non assolutezza. Per comprendere fino in fondo la posizione del Papa occorre, però, dissipare un equivoco, perché la sua insistenza sul diritto internazionale, sul dialogo multilaterale e sulla ricerca di soluzioni giuste potrebbe indurre una lettura frettolosa, quasi che la pace da lui proposta fosse semplicemente la versione ecclesiale di un lessico moderno, procedurale e diplomatico, il quale mira soprattutto a congelare il conflitto mediante regole condivise fra soggetti sovrani formalmente eguali. Una simile interpretazione scambierebbe l’involucro linguistico per la sostanza teoretica. Il diritto internazionale moderno, infatti, nella sua struttura tipica, nasce entro l’orizzonte della sovranità autosufficiente e della volontà pattizia, sicché ciò che vale tende a valere in quanto positivamente riconosciuto, negoziato o imposto entro un sistema di rapporti di forza disciplinati, mentre la pace viene facilmente ridotta a stabilizzazione dell’urto, a contenimento tecnico della guerra, a coordinamento esterno di interessi concorrenti che non si lasciano giudicare da alcun bene oggettivo comune.
QUANDO L’IMPERO INSULTA PIETRO: LEONE XIV E LA PACE COME FORMA DELLA GIUSTIZIA
Tra il 12 e il 13 aprile 2026 il Presidente degli Stati Uniti d'America, Donald J. Trump, ha colpito pubblicamente Papa Leone XIV con parole di sprezzante aggressività, accusandolo di debolezza in materia di sicurezza e di inconsistenza in politica estera, dopo che il Pontefice aveva condannato con crescente nettezza la guerra contro l’Iran, la minaccia ai civili e la degradazione di un linguaggio politico che pretende di coprirsi di motivi religiosi mentre prepara la distruzione. Nelle stesse ore Trump ha anche diffuso, salvo poi ritirarla, un’immagine di sé costruita in chiave cristologica, quasi che la sovraesposizione del proprio io potesse assorbire simbolicamente ciò che eccede per essenza ogni sovranità terrena. Leone XIV ha risposto senza abbassarsi alla polemica, dichiarando di non temere l’amministrazione americana e di voler continuare a levare la sua voce contro la guerra, in favore del dialogo e di soluzioni giuste tra gli Stati. In Algeria, quasi a conferire alla sua risposta una cornice spirituale e teoretica più ampia del mero incidente diplomatico, ha poi definito la pace come espressione di giustizia e di dignità, aggiungendo che il futuro appartiene agli uomini e alle donne di pace. Il significato dell’episodio eccede, dunque, la cronaca, perché non vi è in gioco soltanto una contesa tra un Presidente e un Papa, bensì la collisione fra due antropologie politiche e, più in profondità ancora, fra due diverse metafisiche dell’ordine. Nella postura di Trump si rende visibile una concezione del politico come autocertificazione della forza, come volontà che si assume da sé quale principio di legittimazione e che, proprio per questo, avverte come intollerabile ogni parola capace di ricordarle che il potere non coincide con il bene, che l’efficacia non si converte da sola in giustizia e che la storia non assolve l’arbitrio solo perché esso riesce a imporsi. Nell’intervento di Leone XIV, al contrario, riemerge l’idea che la politica sia intrinsecamente misurata da un criterio che non produce, che non manipola e che non può revocare, poiché l’ordine della convivenza, se vuole essere più di un equilibrio precario tra paure reciproche, deve lasciarsi giudicare da una verità sul bene umano che precede la decisione e la limita. Il nervo scoperto della reazione trumpiana sta precisamente qui, nell’irritazione dinanzi a un’autorità che non deriva dal consenso, non si piega alla grammatica della minaccia e continua a ricordare all’impero la sua costitutiva non assolutezza. Per comprendere fino in fondo la posizione del Papa occorre, però, dissipare un equivoco, perché la sua insistenza sul diritto internazionale, sul dialogo multilaterale e sulla ricerca di soluzioni giuste potrebbe indurre una lettura frettolosa, quasi che la pace da lui proposta fosse semplicemente la versione ecclesiale di un lessico moderno, procedurale e diplomatico, il quale mira soprattutto a congelare il conflitto mediante regole condivise fra soggetti sovrani formalmente eguali. Una simile interpretazione scambierebbe l’involucro linguistico per la sostanza teoretica. Il diritto internazionale moderno, infatti, nella sua struttura tipica, nasce entro l’orizzonte della sovranità autosufficiente e della volontà pattizia, sicché ciò che vale tende a valere in quanto positivamente riconosciuto, negoziato o imposto entro un sistema di rapporti di forza disciplinati, mentre la pace viene facilmente ridotta a stabilizzazione dell’urto, a contenimento tecnico della guerra, a coordinamento esterno di interessi concorrenti che non si lasciano giudicare da alcun bene oggettivo comune.
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Nella nozione classica e cattolica dell’ordine, invece, la pace non è l’effetto terminale di una composizione procedurale fra volontà equivalenti, né il semplice bilanciamento di potenze rivali, perché essa designa la rettitudine stessa del rapporto fra le parti, il loro disporsi secondo giustizia dentro un ordine che non viene creato dal patto, bensì riconosciuto come misura della vita personale e della convivenza storica. Leone XIV usa dunque talvolta un linguaggio segnato dalla modernità, ma lo piega a una intenzione ben diversa, poiché non assolutizza la procedura, non canonizza il multilateralismo come tale e non attribuisce alle istituzioni internazionali il rango di fondamento ultimo, richiamandole piuttosto alla loro possibile funzione di argine subordinato contro la barbarie della nuda forza. La radice autentica di questa impostazione è agostiniana in senso rigoroso e non ornamentale. Nel discorso al Corpo diplomatico del 9 gennaio 2026 Leone XIV ha esplicitamente denunciato la debolezza del multilateralismo, il ritorno di una diplomazia fondata sulla forza e il fatto che la pace venga ormai cercata attraverso le armi come condizione del dominio, contrapponendo a tale deriva la nozione di tranquillitas ordinis e collegandola alla necessità di un fondamento trascendente e oggettivo, senza il quale prevale l’amor sui, cioè quella curvatura dell’uomo su se stesso che dissolve il legame sociale e prepara il conflitto. Qui il riferimento ad Agostino non ha nulla di archeologico, perché restituisce alla pace il suo statuto proprio. Pace, in senso classico, non significa semplicemente che le ostilità tacciono, né che l’avversario è stato contenuto con successo, bensì che l’anima, la città e infine il consorzio dei popoli sono ricondotti, per quanto la condizione storica lo consenta, a un ordine giusto. Laddove l’orizzonte moderno tende a concepire la convivenza come coesistenza di libertà che negoziano i propri limiti, Agostino riconduce l’intera questione alla qualità dell’ordine che regge quelle libertà e al fine per cui esse esistono, sicché una pace ottenuta mediante la superiorità bellica o la costrizione dell’altro non è ancora vera pace, ma solo una sua contraffazione utilitaria, una quiete apparente che maschera la persistenza della libido dominandi. È esattamente in questa luce che le parole del Papa acquistano la loro densità, perché egli non difende l’astrazione di una non belligeranza qualsiasi, bensì l’esigenza che la forza stessa sia decentrata, giudicata e ricondotta entro la misura del bene comune e della dignità personale. La critica a Trump, allora, non riguarda solo l’inurbanità dei toni o l’improprietà istituzionale dell’attacco, entrambe evidenti, ma investe una forma mentis nella quale il politico, avendo smarrito ogni tensione verso il vero, si ripiega in una fenomenologia della potenza che cerca nel gesto, nello slogan e nell’esibizione del sé un surrogato della legittimità perduta. L’immagine pseudo cristologica diffusa da Trump vale, sotto questo profilo, come sintomo più eloquente di molte dichiarazioni, perché manifesta la tentazione di incorporare il simbolo religioso non per sottomettersi a ciò che esso significa, ma per piegarlo alla liturgia narcisistica del comando, come se il potere, incapace di fondarsi nella giustizia, tentasse almeno di consacrarsi nell’immagine. È il tratto tipico delle epoche spiritualmente esauste, nelle quali l’ordine del sacro non viene negato frontalmente, ma teatralizzato, ridotto a repertorio iconografico da consumare al servizio dell’io sovrano. In una simile prospettiva il Papa diventa insopportabile proprio perché spezza il meccanismo della fascinazione, rifiuta di riconoscere alla forza il diritto di autocelebrarsi come destino e ricorda che la signoria sull’uomo non appartiene né all’impero né al consenso, ma alla verità del bene.
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Di qui l’inconsistenza teorica della formula con cui Trump invita Leone XIV a fare il Papa e non il politico, poiché in realtà ciò che si vorrebbe è una Chiesa ridotta a conforto privato, pronta a benedire, consolare e tacere, purché non osi pronunciare un giudizio sulle strutture della violenza e sulle idolatrie del potere. Eppure il Papa cessa di essere davvero Papa proprio quando rinuncia a dire al mondo che esiste un limite invalicabile, che il sangue innocente non può essere contabilizzato come costo collaterale e che nessuna ragion di Stato converte la devastazione in diritto. In tale quadro la difesa di Leone XIV assume una portata che va ben oltre la pur doverosa solidarietà ecclesiale, perché significa difendere l’idea stessa che la pace sia una categoria ontologicamente più alta della vittoria, moralmente più severa del compromesso e politicamente più esigente del semplice equilibrio. Il Catechismo della Chiesa cattolica, riprendendo la tradizione classica, afferma che la pace non è mera assenza di guerra né equilibrio di forze contrarie, ma tranquillità dell’ordine, opera della giustizia ed effetto della carità. Ciò implica che il compito della politica non consista nell’amministrare con abilità il conflitto permanente, bensì nel sottrarlo alla sua pretesa di necessità, ricollocando il rapporto tra gli uomini sotto il segno di ciò che è dovuto a ciascuno in quanto uomo e in quanto popolo. Quando Leone XIV parla di pace come giustizia e dignità, egli non secolarizza il messaggio cristiano, né lo scioglie in un umanitarismo disincarnato, bensì restituisce al linguaggio pubblico qualcosa della sua originaria serietà metafisica, mostrando che senza un bene comune oggettivo il diritto si fa procedura vuota, la sovranità si deforma in volontà di predominio e la libertà degenera in facoltà di imporre. Trump, in questa vicenda, appare allora come il volto politicamente rumoroso di una crisi più profonda, quella di una civiltà che ha voluto emanciparsi da ogni misura superiore e che, non trovando più nell’ordine del vero il principio della propria unità, cerca nella forza il surrogato della verità. Leone XIV, al contrario, ricorda che la pace non è l’opposto debole della forza, ma il nome più alto della forza redenta, della forza che rinuncia a farsi idolo e accetta di essere giudicata dalla giustizia. Per questo, contro il clamore dell’impero, la sua voce non appare affatto fragile. Appare, più radicalmente, libera, e vi è una libertà più alta di quella che sa dire al potere, con calma e senza timore, che esso non è Dio.
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