Laura Ru
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Researcher & writer based in Hong Kong. Former academic. Longform articles archived at https://lauraruggeri.substack.com and https://laura-ruggeri.medium.com. Email: lauraru852@yandex.ru
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Who would have thought? 😅 According to U.S. State Department cables obtained by POLITICO, the war against Iran is inflicting significant damage on the United States' global standing and security relationships, particularly across the Muslim world. The documents, dated April 15, 2026, detail the fallout in three countries: Bahrain, Azerbaijan, and Indonesia.

In Bahrain, an ally that hosts the U.S. Navy’s Fifth Fleet, the war has fueled public perceptions that America abandoned the Gulf kingdom to focus on protecting Israel. The U.S. embassy cable warns about risks deriving from an erosion of public confidence in the U.S. commitment to Bahrain’s security. The situation is worsened by the British Embassy’s highly active social media presence, which has created the impression that the U.K. is stepping up where the United States is retreating.

In Azerbaijan, a majority-Muslim country where the U.S. relationship had been improving following a Trump-brokered peace summit with Armenia, the war has caused a setback. While the government-aligned media initially maintained a neutral tone, it turned more critical of Washington in April, with most local outlets blaming the U.S. and Israel for starting the conflict and lacking a clear strategy to end it. Although a recent ceasefire has cooled tensions somewhat, the cable notes that rising prices and regional travel disruptions have led many Azerbaijanis to hope for an end to the conflict.

The most dangerous near-term risk, however, appears to be in Indonesia, the world’s largest Muslim country. The embassy cable from Jakarta describes a "major Iranian influence operation across traditional and social media", where Tehran stresses Muslim solidarity and casts the U.S. and Israel as imperialists to appeal to anti-colonial sentiment. The Iranian Embassy’s posts now generate thousands more views and positive comments, while its ambassador has stepped up engagement with Indonesian political and religious elites. The U.S. embassy warns that if the war drags on, the resulting anti-American sentiment could constrain President Prabowo Subianto’s political room to maneuver on regional security cooperation, despite Indonesia recently signing a major defense partnership with the U.S. (Source: Politico) @LauraRuHK
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Chi l'avrebbe mai detto? 😅

Secondo messaggi riservati del Dipartimento di Stato americano ottenuti da POLITICO, la guerra contro l'Iran sta infliggendo danni significativi alla reputazione e alle relazioni di sicurezza degli Stati Uniti, in particolare nel mondo islamico. I documenti, datati 15 aprile 2026, descrivono le ripercussioni in tre paesi: Bahrein, Azerbaigian e Indonesia.

In Bahrein, un alleato che ospita la Quinta Flotta della Marina americana, la guerra ha alimentato la percezione che l'America abbia abbandonato le monarchie del Golfo per concentrarsi sulla protezione di Israele. Il cablo dell'ambasciata statunitense mette in guardia dai rischi derivanti dall'erosione della fiducia pubblica nell'impegno degli Stati Uniti per la sicurezza del Bahrein. La situazione è aggravata dalla presenza molto attiva sui social media dell'ambasciata britannica, che ha creato l'impressione che il Regno Unito stia traendo vantaggio dal danno d'immagine subito dagli USA.

In Azerbaigian, un paese a maggioranza musulmana dove i rapporti con gli Stati Uniti erano migliorati in seguito a un vertice di pace tra Azerbaigian e Armenia promosso da Trump, la guerra ha causato una battuta d'arresto. Mentre i media allineati al governo avevano inizialmente mantenuto un tono neutrale, ad aprile sono diventati più critici nei confronti di Washington: la maggior parte dei mezzi d'informazione locali hanno accusato Stati Uniti e Israele di aver innescato il conflitto e di non avere una chiara strategia per porvi fine. Sebbene il recente cessate il fuoco abbia in qualche modo attenuato le tensioni, il cablo nota che l'aumento dei prezzi e le interruzioni dei collegamenti regionali hanno spinto molti azeri a sperare in una fine rapida del conflitto.

Il danno maggiore sembra tuttavia essere in Indonesia, il paese musulmano più popoloso del mondo. Il cablo dell'ambasciata USA di Jakarta parla di una "imponente operazione di influenza iraniana attraverso i media tradizionali e piattaforme social", in cui Teheran sottolinea la solidarietà musulmana e dipinge Stati Uniti e Israele come imperialisti per fare appello al sentimento anticoloniale. I post dell'ambasciata iraniana ora generano migliaia di visualizzazioni e commenti positivi in più rispetto al passato, mentre il suo ambasciatore ha intensificato i rapporti con le élite politiche e religiose indonesiane. L'ambasciata statunitense avverte che se la guerra si protrarrà, il conseguente sentimento anti-americano potrebbe limitare lo spazio di manovra politica del presidente Prabowo Subianto in tema di cooperazione per la sicurezza regionale, nonostante l'Indonesia abbia recentemente firmato un importante accordo di cooperazione bilaterale in materia di difesa con gli Stati Uniti. (Fonte: Politico) @LauraRuHK
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Li Zexin 李泽欣, a journalist with the state-run Xinhua News Agency, has drawn attention to six social media accounts that frequently engage in disinformation campaigns under the cover of a pro-China image. ▪️Here is a recent example: https://t.me/LauraRuHK/11203 ▪️Their followers mistake these accounts for semi-official voices, but their true origins and motives remain unknown. Beware.
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Li Zexin (李泽欣), giornalista dell'agenzia di stampa statale Xinhua, ha richiamato l'attenzione su sei account che sui social media vengono spesso usati per campagne di disinformazione sotto la copertura di un'immagine filo-cinese. ▪️Qui un esempio recente https://t.me/LauraRuHK/11204 ▪️I loro follower scambiano questi profili per voci semi-ufficiali, ma le loro vere origini e motivazioni rimangono sconosciute. State in guardia. @LauraRuHK
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Ho appena pubblicato su Medium la versione italiana del mio ultimo articolo in cui parlo dei movimenti "No Kings" e "MAGA" come espressione della lotta tra élite in un contesto di declino irreversibile dell'egemonia americana. Lettura lunga, ideale per la pausa domenicale. PS. L'originale in inglese sta girando molto e con una certa sorpresa ho scoperto che in rete ci sono anche traduzioni in giapponese e spagnolo. Personalmente non sono in grado di capire quanto fedeli al testo siano.😅 https://medium.com/p/aeb18ea0c815
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China in the Middle East. (Source: China's Ministry of Commerce, Ministry of Foreign Affairs, via SCMP)
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The law of unintended consequences at work again. Yesterday the Wall Street Journal reported that UAE officials explicitly warned their U.S. counterparts that a severe dollar shortage could force the country to sell oil and conduct transactions using the Chinese yuan or other non-dollar currencies. An implicit threat to the petrodollar.
Despite holding $270 billion in foreign reserves, the UAE fears capital flight, stock market volatility, and prolonged disruption to dollar-denominated oil revenues. The country wants a financial backstop to protect its U.S. dollar-pegged dirham and maintain stability as a major financial hub.

The supreme irony is that the US administration expected Gulf states to partially cover the cost of the US-Israeli war against Iran. Washington thought it could pull another "Ukraine" and outsource the war costs to regional allies. Problem is, they are not as stupid as European allies. Arab frustration with U.S. policies is now bubbling up into public view, even from voices close to Gulf governments. On Sunday, Abdulkhaleq Abdulla — a former adviser to UAE President Mohammed bin Zayed — openly called for the closure of American military bases in the country. His argument? Those bases have become more of a burden than a strategic asset.

@LauraRuHK ➡️https://www.wsj.com/world/middle-east/u-a-e-asks-u-s-for-a-wartime-financial-lifeline-3f9ea3a0
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Altro esempio di eterogenesi dei fini. Ieri il Wall Street Journal ha riportato che funzionari degli Emirati Arabi Uniti hanno esplicitamente avvertito i loro omologhi statunitensi che una grave carenza di dollari potrebbe costringere il paese a vendere petrolio ed effettuare transazioni usando lo yuan cinese o altre valute. Praticamente una minaccia velata al petrodollaro.

Nonostante detengano 270 miliardi di dollari in riserve estere, gli Emirati temono la fuga di capitali, la volatilità dei mercati azionari e prolungate interruzioni delle entrate petrolifere denominate in dollari. Il paese chiede un sostegno finanziario per proteggere la propria valuta, il dirham, che è ancorato al dollaro, e per mantenere la stabilità degli EAU come hub finanziario (alquanto difficile con una guerra in corso).

L'ironia è che l'amministrazione americana si aspettava che i paesi del Golfo coprissero in parte i costi della guerra USA-israeliana contro l'Iran. Washington pensava di poter ripetere lo schema "Ucraina" e scaricare i costi della guerra sugli alleati regionali. Il problema è che loro non sono altrettanto stupidi degli alleati europei. La frustrazione araba verso le politiche americane sta ora emergendo pubblicamente, espressa persino da voci vicine ai governi del Golfo. Domenica, Abdulkhaleq Abdulla — ex consigliere del presidente degli Emirati Mohammed bin Zayed — ha apertamente chiesto la chiusura delle basi militari americane nel paese. La motivazione addotta? Quelle basi sono diventate più un peso che un vantaggio strategico. Ahah. @LauraRuHK ➡️ https://www.wsj.com/world/middle-east/u-a-e-asks-u-s-for-a-wartime-financial-lifeline-3f9ea3a0
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Growing Calls for a China-Led Resolution to the war against Iran. During the US-Iran ceasefire which expired on April 21, I have noticed an interesting positioning of influential insiders such as Bill Emmott (Trilateral Commission, International Institute for Strategic Studies etc.). As powerful business interests are being affected by the worst global energy crisis since World War II, disrupted oil flows through the Strait of Hormuz, soaring prices, and widespread economic fallout, they are pinning their hopes on Beijing. They describe China as the geopolitical actor best positioned to break the impasse. Emmott argues for “an Iran nuclear deal with Chinese characteristics,” noting that Beijing has unmatched leverage to coax Tehran toward compromise.

They see China as the ideal leader of an international consortium to secure and manage Iran’s stockpile of enriched uranium and oversee Iran’s civilian nuclear-power program under IAEA safeguards. He argues that since China has no strategic interest in a nuclear-armed Iran, it is a credible partner that even skeptical parties in Israel, Europe, and Washington could trust. Personally, I doubt it.

Such a deal would revive the spirit of the 2015 JCPOA while adapting it to today’s realities: reduced Iranian enrichment capacity and sanctions relief. With a potential Trump-Xi summit looming in mid-May, the window for a pragmatic, China-brokered solution is opening. The alternative—continued stalemate and energy chaos—is becoming too costly for the world to ignore. A faction of the global elites based in the West is not too excited at the prospect of sinking with the Titanic. @LauraRuHK ➡️ https://asiatimes.com/2026/04/next-an-iran-nuclear-deal-with-chinese-characteristics/
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Durante il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran scaduto il 21 aprile, ho notato un posizionamento interessante da parte di influenti insider come Bill Emmott (membro del Comitato Esecutivo della Trilateral Commission, presidente dell’International Institute for Strategic Studies e altre posizioni di rilievo). Mentre potenti interessi economici vengono colpiti dalla peggiore crisi energetica globale dalla Seconda Guerra Mondiale — con il blocco dei flussi petroliferi nello Stretto di Hormuz, l’impennata dei prezzi e le vaste ripercussioni economiche — questi ambienti stanno riponendo le loro speranze su Pechino. Descrivono la Cina come l’attore geopolitico meglio posizionato per sbloccare l’impasse. Emmott sostiene la necessità di «un accordo nucleare sull’Iran con caratteristiche cinesi», sottolineando che Pechino dispone di una leva senza eguali per spingere Teheran verso un compromesso. Questi osservatori vedono la Cina come il leader ideale di un consorzio internazionale incaricato di mettere in sicurezza e gestire lo stock di uranio arricchito dell’Iran e di supervisionare il programma nucleare civile iraniano sotto l'egida dell’AIEA. Emmott sottolinea che, poiché la Cina non ha alcun interesse strategico in un Iran dotato di armi nucleari, sarebbe un partner credibile di cui potrebbero fidarsi anche in Israele, in Europa e a Washington. Personalmente ho dei seri dubbi, a meno che Trump esca di scena. Un simile accordo riporterebbe in vita lo spirito del JCPOA del 2015, adattandolo però alle realtà attuali: una capacità di arricchimento iraniano ridotta e un alleggerimento delle sanzioni. Con un possibile vertice Trump-Xi in programma a metà maggio, si sta aprendo una finestra per una soluzione pragmatica mediata dalla Cina. L’alternativa — uno stallo prolungato e il caos energetico — sta diventando troppo costosa perché il mondo possa ignorarla. E' chiaro che una fazione delle élite occidentali non è affatto entusiasta all’idea di affondare con il Titanic. @LauraRuHK ➡️ https://asiatimes.com/2026/04/next-an-iran-nuclear-deal-with-chinese-characteristics/
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Donald Trump has extended the ceasefire with Iran while announcing the continuation of an illegal blockade on the Islamic Republic's ports and vessels, despite Tehran's insistence that the blockade must be lifted for bilateral talks to continue.
Meanwhile the Iranian cargo ship M/V Touska seized in an illegal act of armed piracy and in violation of the ceasefire remains in US hands. Iran has demanded the immediate release of the vessel, its crew, and their families. Washington is using the blockade of the Strait of Hormuz, hostages and vessel as a bargaining chip in its coercive diplomacy. But Tehran is unlikely to buckle under pressure. The current standoff is another chapter in a long existential struggle against the US and Israel, not a temporary economic inconvenience. Iran can play for time and is perfectly capable of asymmetric responses to raise costs and risks for the US.
Trump on the other hand is under pressure from those business interests that are deeply affected by high oil prices and instability in a key region, and his administration is worrying about increasingly restive allies not only in the Middle East.
The longer the stalemate, the more global actors will push for de-escalation on terms more favorable to Tehran.

Tehran is rightly refusing to negotiate under duress. Iranian officials (including Foreign Minister Abbas Araghchi) have called the blockade an "act of war" and a ceasefire violation. They insist it must be lifted first before any serious talks in Islamabad or elsewhere. @LauraRuHK
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Donald Trump ha deciso di prorogare il cessate il fuoco con l’Iran, annunciando al contempo la prosecuzione dell'assedio navale, nonostante l’insistenza di Teheran che il blocco dello Stretto debba essere revocato affinché possano svolgersi i colloqui bilaterali a Islamabad o altrove.

Nel frattempo la nave cargo iraniana M/V Touska, sequestrata in un atto di pirateria e in violazione del cessate il fuoco, rimane in mani americane. L’Iran ha chiesto che venga restituita immediatamente insieme al suo equipaggio e alle famiglie che si trovano a bordo.

Washington sta utilizzando il blocco dello Stretto di Hormuz, gli ostaggi e la nave per esercitare coercizione.
Ma è improbabile che Teheran ceda ai ricatti nel quadro attuale di impasse. Per l'Iran questo rappresenta un capitolo di una lunga lotta esistenziale contro Stati Uniti e Israele, e le considerazioni economiche non giocano un ruolo centrale. L’Iran ha il tempo dalla sua parte ed è perfettamente in grado di mettere in atto risposte asimmetriche per aumentare i costi e i rischi per gli Stati Uniti.

Trump, al contrario, è sotto pressione da parte di quegli interessi economici che risentono fortemente dei prezzi elevati del petrolio e dell’instabilità in una regione strategica, mentre la sua amministrazione si preoccupa del fatto che anche gli alleati stiano dando segni di irrequietezza, e non solo in Medio Oriente.
Inoltre, più a lungo si protrae lo stallo, più attori globali spingeranno per una de-escalation, e i termini saranno maggiormente favorevoli per Teheran.

Teheran rifiuta giustamente di trattare sotto ricatto. Funzionari iraniani, tra cui il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, hanno definito il blocco navale un «atto di guerra» e una violazione del cessate il fuoco, insistendo che venga revocato prima dell'inizio di qualsiasi negoziato. @LauraRuHK
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Below is an article about the technofascist manifesto written by Palantir's Alex Karp, the staunch Zionist who promotes “civilizational supremacism" against the “regressive” and calls for re-militarizing Germany and Japan, unfairly defanged after committing genocide. Just in case you still had any doubts about the Nazi-Zionist love affair, the Thiel-Karp duo will dispel them.

➡️ https://swentr.site/news/638871-palantir-technological-republic-digital-tyranny/
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Il Presidente Vladimir Putin ha firmato oggi il decreto che restituisce all’Accademia del Servizio Federale di Sicurezza (FSB) il suo storico nome: Accademia F.E. Dzerzhinsky. Questa decisione restituisce all’istituzione di formazione dell’élite dei servizi di sicurezza russi il nome del suo leggendario fondatore, Felix Dzerzhinsky, figura simbolo della dedizione assoluta alla difesa dello Stato. Un ritorno alle radici che rafforza l’identità e l’orgoglio dei futuri ufficiali dell’FSB.

@LauraRuHK
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President Vladimir Putin signed a decree today restoring the historic name to the Academy of the Federal Security Service (FSB): the F.E. Dzerzhinsky Academy. The decision returns to this elite training institution of the Russian security services the name of its legendary founder, Felix Dzerzhinsky, a figure who symbolizes absolute dedication to the defense of the State. This return to its roots strengthens the identity and pride of future FSB officers.

@LauraRuHK
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Forwarded from Press TV
🔴 The IRGC Navy Command announced:

🔺 Two violating ships, "MSC-FRANCESCA" (linked to the Zionist regime) and "EPAMINODES," which endangered maritime security by operating without the necessary permits and tampering with navigation systems, were seized by the IRGC Navy and directed to the coast of Iran.

🔺 Disruption of order and safety in the Strait of Hormuz is our red line.


@PressTV
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Il Comando della Marina del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha annunciato: 🔺Due navi, la "MSC-FRANCESCA" (collegata al regime sionista) e la "EPAMINODES", sono state poste sotto sequestro e condotte verso la costa iraniana. Le due imbarcazioni avevano messo in pericolo la sicurezza marittima operando senza le necessarie autorizzazioni e manomettendo i sistemi di identificazione. 🔺Qualsiasi interferenza con l’ordine e la sicurezza nello Stretto di Hormuz rappresenta per noi una linea rossa invalicabile. (Fonte: PressTV)

@LauraRuHK
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Commento dell’Ambasciatore della Federazione Russa in Italia Alexey Paramonov
Ancora una volta le autorità diplomatiche italiane hanno preso una cantonata, convocandomi al Ministero degli Affari Esteri italiano per avanzare proteste in relazione a presunti attacchi indirizzati da Mosca al Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni.
Innanzitutto, Giorgia Meloni è un Сapo di governo legittimo, sostenuto dal consenso popolare, guida il potere esecutivo italiano da quasi quattro anni e, per tutto questo tempo, nessun rappresentante delle autorità russe ha mai espresso giudizi offensivi nei confronti suoi o dell’Italia. A differenza di alcuni membri della leadership italiana che, talvolta, si permettono commenti e paragoni estremamente ostili nei confronti sia dei vertici russi, sia della Federazione Russa in generale.
Il pretesto della convocazione al Ministero (le parole di un noto giornalista russo, peraltro assai capace e popolare, pronunciate sul suo canale online privato) difficilmente può rientrare nella prassi diplomatica generalmente condivisa. A nessuna persona ragionevole verrebbe mai in mente d'interpretare valutazioni personali, emotive e private di chicchessia come se fossero dichiarazioni ufficiali del governo di uno Stato. Tanto meno si dovrebbero attribuire alla leadership russa e all’intero popolo russo le opzioni lessicali e di registro utilizzate da un giornalista. Da parte sua, la Russia non ha mai sfruttato le dichiarazioni sulla Russia e la sua leadership, fatte da conduttori televisivi, blogger, giornalisti e artisti italiani, come pretesto per azioni diplomatiche o campagne diffamatorie anti-italiane.
A quanto pare, il tentativo di gonfiare quest'episodio fino a trasformarlo in uno scandalo internazionale e politico è il risultato dell’azione, all’interno del cosiddetto “stato profondo” italiano, di forze antirusse legate all’Ucraina. È evidente il tentativo di mettere i popoli della Russia e dell'Italia gli uni contro gli altri, d'indebolire i nostri contatti diplomatici, recando un ulteriore danno d’immagine alla Russia, forse per compensare i fallimenti in politica estera, tra cui la recente, poco riuscita visita di Zelensky a Roma. Infine, ma non di meno, si rileva un ulteriore tentativo di contenere il crescente numero di italiani favorevoli a una rapida normalizzazione delle relazioni bilaterali e al ripristino di una piena cooperazione economica e culturale tra Russia e Italia. @LauraRuHK
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The European Union is growing increasingly uneasy after the landslide victory of Progressive Bulgaria and its leader Rumen Radev in the recent parliamentary elections.

According to German newspaper Die Welt, senior EU officials fear that Radev could replace Viktor Orbán as the next obstacle to European support for Ukraine.

Radev is not a Russophobe and is known for his long-standing opposition to military aid for Kiev, which is why he is expected to adopt a sharply different course from the previous interim government.

If he remains faithful to his election program, one of his first moves as prime minister will likely be to terminate all supply agreements with Ukraine signed by Bulgaria’s caretaker government in March 2026. These agreements included long-term military and intelligence cooperation, joint production of drones and ammunition, and other forms of military assistance.

Radev has repeatedly stated during the campaign that Bulgaria should stop arming Ukraine and focus on neutrality rather than participation in the conflict.

While Radev has indicated he will not necessarily veto EU decisions, his government’s refusal to participate in military support and potential withdrawal from existing bilateral commitments would still represent a problem for EU warmongers and Russophobes. @LauraRuHK
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