GRANDIOSAMENTE 2026
Venerdì 13 marzo 2026 a Limana (Belluno), con inizio fissato alle ore 20:30 presso la Sala De Fanti del Municipio di Limana, incontro con il dott. Riccardo Cascioli, direttore de La Nuova Bussola Quotidiana, uno dei maggiori quotidiani cattolici. Vi aspettiamo. Ingresso libero.
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Venerdì 13 marzo 2026 a Limana (Belluno), con inizio fissato alle ore 20:30 presso la Sala De Fanti del Municipio di Limana, incontro con il dott. Riccardo Cascioli, direttore de La Nuova Bussola Quotidiana, uno dei maggiori quotidiani cattolici. Vi aspettiamo. Ingresso libero.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
QUANDO IL POTERE FINGE DI NON SAPERE: L’IMPOSSIBILITÀ LOGICA DELL’ASTENSIONE DI CHI GOVERNA
Le recenti dichiarazioni rese dal Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore, On. Giorgia Meloni, in relazione all' "attacco preventivo" di Stati Uniti d'America e Israele nei confronti della Repubblica islamica dell'Iran, secondo cui ella non condividerebbe, né condannerebbe la decisione di colpire Theran poiché non disporrebbe degli elementi necessari per assumere una posizione categorica, meritano di essere sottoposte a un esame severo non per un riflesso polemico, né per un gusto della contestazione personale, ma perché rivelano, sotto il profilo strettamente razionale, una contraddizione così profonda da investire il senso stesso della responsabilità politica nell’età contemporanea. Una simile formula, infatti, si presenta esteriormente come misura, equilibrio, ponderazione, mentre nella sua struttura più intima dischiude un cedimento logico di prim’ordine, poiché trasforma l’insufficienza della conoscenza totale nell’alibi per la sospensione del giudizio, come se l’uomo politico potesse esimersi dal discernere proprio nel momento in cui il discernimento si fa più necessario, cioè quando è in questione la guerra, l’ordine tra i popoli, la liceità dell’uso della forza e il confine, sempre decisivo, tra difesa e prevaricazione. Il primo errore consiste nel far dipendere la possibilità del giudizio dalla disponibilità di una conoscenza esaustiva, quasi integrale, quasi perfetta, che nessuna intelligenza politica possiede e che nessun ordinamento storico ha mai preteso come condizione preliminare della deliberazione pubblica, perché la vita degli Stati, a differenza delle costruzioni geometriche, non si lascia ricondurre al modello dell’evidenza assoluta, ma esige una ragione pratica capace di muoversi entro il limite, di valutare il verosimile, di distinguere il principale dall’accessorio e di pronunciare, sulla base di elementi sufficienti, un giudizio che non sarà mai onnisciente e tuttavia può essere pienamente razionale. Se si accogliesse davvero il criterio implicito in quella dichiarazione, secondo cui non si può prendere posizione su un’aggressione armata senza disporre di tutti gli elementi, bisognerebbe concludere che quasi nessun giudizio politico serio sia possibile, che la coscienza pubblica debba ammutolire di fronte ai fatti più gravi e che la responsabilità istituzionale debba ritirarsi proprio nel punto in cui dovrebbe manifestarsi con maggiore chiarezza. In tal modo la prudenza degenererebbe in neutralizzazione della ragione, e la complessità del reale verrebbe invocata non per affinare il giudizio, ma per impedirlo. Questa torsione intellettuale diventa ancora più problematica quando la pronuncia non proviene da un osservatore privo di accesso alle informazioni rilevanti, bensì da chi, per funzione, per struttura amministrativa, per collocazione ordinamentale e per rapporto con gli apparati dello Stato, dispone di ciò che il comune cittadino non possiede, cioè canali diplomatici, relazioni riservate, analisi di intelligence, valutazioni militari, informazioni provenienti dalle ambasciate, consultazioni multilaterali e strumenti di comprensione geopolitica precisamente istituiti per consentire all’organo di governo di orientarsi nella crisi internazionale. Di qui la difficoltà quasi insuperabile di prendere sul serio, in senso teorico, un simile argomento. Quando Giorgia Meloni dichiara di non avere elementi sufficienti per giudicare un attacco armato, la frase non produce l’effetto di una maggiore credibilità, semmai genera inevitabilmente il sospetto di una frattura tra funzione e coscienza, tra potere e responsabilità, tra il possesso dei mezzi cognitivi e il rifiuto di trarne le conseguenze.
QUANDO IL POTERE FINGE DI NON SAPERE: L’IMPOSSIBILITÀ LOGICA DELL’ASTENSIONE DI CHI GOVERNA
Le recenti dichiarazioni rese dal Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore, On. Giorgia Meloni, in relazione all' "attacco preventivo" di Stati Uniti d'America e Israele nei confronti della Repubblica islamica dell'Iran, secondo cui ella non condividerebbe, né condannerebbe la decisione di colpire Theran poiché non disporrebbe degli elementi necessari per assumere una posizione categorica, meritano di essere sottoposte a un esame severo non per un riflesso polemico, né per un gusto della contestazione personale, ma perché rivelano, sotto il profilo strettamente razionale, una contraddizione così profonda da investire il senso stesso della responsabilità politica nell’età contemporanea. Una simile formula, infatti, si presenta esteriormente come misura, equilibrio, ponderazione, mentre nella sua struttura più intima dischiude un cedimento logico di prim’ordine, poiché trasforma l’insufficienza della conoscenza totale nell’alibi per la sospensione del giudizio, come se l’uomo politico potesse esimersi dal discernere proprio nel momento in cui il discernimento si fa più necessario, cioè quando è in questione la guerra, l’ordine tra i popoli, la liceità dell’uso della forza e il confine, sempre decisivo, tra difesa e prevaricazione. Il primo errore consiste nel far dipendere la possibilità del giudizio dalla disponibilità di una conoscenza esaustiva, quasi integrale, quasi perfetta, che nessuna intelligenza politica possiede e che nessun ordinamento storico ha mai preteso come condizione preliminare della deliberazione pubblica, perché la vita degli Stati, a differenza delle costruzioni geometriche, non si lascia ricondurre al modello dell’evidenza assoluta, ma esige una ragione pratica capace di muoversi entro il limite, di valutare il verosimile, di distinguere il principale dall’accessorio e di pronunciare, sulla base di elementi sufficienti, un giudizio che non sarà mai onnisciente e tuttavia può essere pienamente razionale. Se si accogliesse davvero il criterio implicito in quella dichiarazione, secondo cui non si può prendere posizione su un’aggressione armata senza disporre di tutti gli elementi, bisognerebbe concludere che quasi nessun giudizio politico serio sia possibile, che la coscienza pubblica debba ammutolire di fronte ai fatti più gravi e che la responsabilità istituzionale debba ritirarsi proprio nel punto in cui dovrebbe manifestarsi con maggiore chiarezza. In tal modo la prudenza degenererebbe in neutralizzazione della ragione, e la complessità del reale verrebbe invocata non per affinare il giudizio, ma per impedirlo. Questa torsione intellettuale diventa ancora più problematica quando la pronuncia non proviene da un osservatore privo di accesso alle informazioni rilevanti, bensì da chi, per funzione, per struttura amministrativa, per collocazione ordinamentale e per rapporto con gli apparati dello Stato, dispone di ciò che il comune cittadino non possiede, cioè canali diplomatici, relazioni riservate, analisi di intelligence, valutazioni militari, informazioni provenienti dalle ambasciate, consultazioni multilaterali e strumenti di comprensione geopolitica precisamente istituiti per consentire all’organo di governo di orientarsi nella crisi internazionale. Di qui la difficoltà quasi insuperabile di prendere sul serio, in senso teorico, un simile argomento. Quando Giorgia Meloni dichiara di non avere elementi sufficienti per giudicare un attacco armato, la frase non produce l’effetto di una maggiore credibilità, semmai genera inevitabilmente il sospetto di una frattura tra funzione e coscienza, tra potere e responsabilità, tra il possesso dei mezzi cognitivi e il rifiuto di trarne le conseguenze.
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Il punto, allora, non è più soltanto l’illogicità dell’enunciato, ma la sua natura profondamente auto-confutatoria, perché chi più di altri avrebbe titolo istituzionale per giudicare afferma di non poter giudicare, e così facendo priva implicitamente di senso la stessa superiorità informativa che giustifica la sua centralità politica. Il carattere insostenibile di questa posizione emerge con forza ancora maggiore se si considera che l’oggetto del giudizio non è una questione secondaria, né una disputa interpretativa marginale, ma l’impiego della forza contro uno Stato sovrano, vale a dire uno dei punti nei quali il pensiero politico, se vuole conservare una residua serietà, è tenuto a distinguere con precisione tra ordine e arbitrio, tra necessità e pretesto, tra sicurezza e dominio. In simili circostanze, il criterio di valutazione non può essere sospeso fino all’ipotetico raggiungimento di una trasparenza assoluta, perché la stessa esperienza storica insegna che la trasparenza assoluta, in materia di guerra, non sopraggiunge quasi mai e che attendere la conoscenza totale equivale spesso a ratificare ex post ciò che avrebbe dovuto essere sottoposto a critica ex ante. Il risultato è che l’astensione dal giudizio finisce per operare, nella concretezza delle relazioni internazionali, come una forma attenuata di legittimazione del più forte. Là dove non si condanna l’espansione della violenza, soprattutto quando essa proviene da soggetti collocati al centro dell’egemonia globale o dai loro alleati privilegiati, si produce un effetto politico obiettivo di copertura, anche se tale effetto viene rivestito del linguaggio anodino della cautela. Vi è, in questa formula, un ulteriore vizio teorico che riguarda la natura stessa del giudicare. Giudicare non significa possedere l’intero segreto del reale, bensì riconoscere la qualità essenziale degli atti in rapporto alla loro forma, al loro oggetto, al loro contesto e alla loro prevedibile capacità di alterare l’ordine della convivenza. Nessun uomo assennato ritiene di dover conoscere ogni dettaglio interiore di un gesto per valutarne la struttura morale e politica fondamentale. Se così fosse, la ragione sarebbe condannata all’inerzia. Un attacco militare contro l’Iran non è un dato neutro che attende passivamente di essere decifrato da qualche archivio futuro. Esso si iscrive entro una trama di rapporti di forza, di strategie di contenimento, di unilateralismi ricorrenti, di doppi standard normativi e di sistematiche eccezioni alla grammatica universalistica con la quale l’Occidente ama presentare se stesso. Fingere che il problema risieda semplicemente nell’insufficienza degli elementi significa oscurare il dato più rilevante, cioè che l’intellegibilità politica di un atto non dipende soltanto dai documenti segreti che lo accompagnano, quanto dal suo significato oggettivo nell’economia del mondo. Sotto questo profilo, l’affermazione del Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore appare doppiamente debole, perché non solo rinuncia a una valutazione che il suo ufficio le imporrebbe, ma assume come modello implicito di razionalità un criterio epistemico irrealistico, quasi fosse lecito parlare solo quando si è certi di tutto. Eppure chi governa parla e decide ogni giorno senza essere certo di tutto. Delibera bilanci, stipula accordi, assume posizioni internazionali, partecipa a consessi multilaterali, interpreta scenari di crisi, adotta misure che incidono sulla vita di milioni di persone e compie tutto ciò senza godere di alcuna scienza assoluta. Pretendere la certezza piena soltanto nel momento in cui si dovrebbe valutare la legittimità di un attacco armato equivale, dunque, a introdurre un criterio selettivo che non serve a fondare la prudenza, ma a giustificare una rinuncia. E una rinuncia del genere, quando si colloca sul terreno della guerra e della pace, non è mai neutrale, perché il vuoto del giudizio viene sempre occupato dall’inerzia del sistema dominante.
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Non meno rilevante è la evidente asimmetria che questa postura rivela se collocata nel quadro più ampio delle reazioni occidentali ai conflitti contemporanei. Quando la forza è impiegata da soggetti esterni all’orbita atlantica, il linguaggio pubblico si fa spesso improvvisamente limpido, assertivo, perentorio, moralisticamente risoluto. Quando invece la pressione militare, la destabilizzazione o l’iniziativa offensiva provengono da attori inseriti nell’architettura strategica dell’Occidente o ad essa organicamente collegati, allora la sintassi del potere si ritrae, il giudizio si sospende, il lessico si fa esitante, le parole si appesantiscono di condizionali e l’indeterminatezza diventa improvvisamente virtù. Non si tratta di finezza diplomatica. Si tratta, più spesso, di una subordinazione culturale che teme di nominare la realtà quando la realtà mette in imbarazzo il sistema delle fedeltà geopolitiche già consolidate. Da questo punto di vista, l’argomento della mancanza di elementi non è l’espressione di un autentico amore per la complessità, ma il sintomo di una incapacità di sottrarsi all’orizzonte interpretativo imposto da altri centri di decisione. Né si può eludere l’aspetto più decisivo della questione, cioè che la funzione di vertice del potere esecutivo non consiste soltanto nel registrare i fatti, ma nel ricondurli a un ordine intelligibile, distinguendo ciò che preserva la convivenza tra i popoli da ciò che la corrode. La politica, quando non è degradata a mera amministrazione delle compatibilità esterne, richiede il coraggio del giudizio, non l’eleganza dell’elusione. Una autorità che, di fronte a un atto bellico suscettibile di incendiare una regione e di aggravare ulteriormente la già precaria stabilità internazionale, dichiara di non poter condividere né condannare, non occupa il punto alto dell’equilibrio, ma quello ambiguo della sospensione calcolata. E la sospensione calcolata, lungi dall’essere il segno di una superiore saggezza, può diventare la forma linguisticamente raffinata con cui il potere evita di nominare l’ingiustizia quando questa si presenta munita di alleanze, coperture e legittimazioni mediatiche. In verità, il nucleo di irrazionalità dell’affermazione risiede nel fatto che essa recide il nesso tra conoscenza proporzionata e responsabilità del giudizio, sostituendolo con un nesso artificiale tra conoscenza totale e possibilità stessa del giudicare. Una simile sostituzione è filosoficamente insostenibile, perché dissolve la ragione pratica, svuota la responsabilità politica e apre la strada a una concezione puramente passiva dell’autorità, quasi che governare significhi assistere agli eventi in attesa che altri, altrove, stabiliscano il confine tra lecito e illecito. Chi ricopre la guida dell’esecutivo non può concedersi il lusso di questa neutralità apparente, soprattutto quando il prezzo di tale neutralità è la normalizzazione di un ordine internazionale nel quale alcuni possono colpire, destabilizzare, imporre e poi pretendere che il mondo sospenda il giudizio in nome della complessità. Per questa ragione le parole del Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore, On. Giorgia Meloni, non risultano semplicemente discutibili sul piano dell’opportunità politica, ma appaiono deboli nel loro stesso statuto razionale. Esse non attestano una superiore cautela, ma una contraddizione tra ruolo e argomento, tra potere conoscitivo e rinuncia valutativa, tra esigenza del giudizio e sua elusione. Ed è proprio qui che la formula si lascia inchiodare con il massimo rispetto e con la massima fermezza. Se perfino chi governa, chi dispone dell’apparato diplomatico, delle relazioni degli ambasciatori, dei flussi dell’intelligence e delle chiavi di lettura internazionali dichiara di non sapere abbastanza per giudicare, allora non sta offrendo una prova di saggezza, ma sta confessando o un deficit di sovranità intellettuale oppure una volontà di non dire ciò che sa.
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RADIO ROMA NEWS:
Un bel confronto, rispettoso e nel merito, con l'Avv. Andrea Perillo (che ho ritrovato con grande piacere), sulle ragioni del SÌ e del NO al referendum costituzionale dei giorni 22-23 marzo 2026.
Conduzione: Francesco Capo.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
POVERA ITALIA:
"Heu miseram Italiam, quae non a prudentibus viris, sed a rudibus litterarum regitur;
quorum verba inanes sonitus sunt, consilia vero caeca, nec leges intellegunt quas ferunt.
Ita res publica fluctuat atque in tenebris ducta labitur" (cit. Trabucco).
Traduzione: "Ahimè, misera Italia, che è governata non da uomini saggi, ma da persone rozze nelle lettere; le cui parole sono suoni vuoti, i cui consigli sono ciechi, e che non comprendono neppure le leggi che promulgano. Così la cosa pubblica ondeggia e, trascinata nelle tenebre, scivola".
POVERA ITALIA:
"Heu miseram Italiam, quae non a prudentibus viris, sed a rudibus litterarum regitur;
quorum verba inanes sonitus sunt, consilia vero caeca, nec leges intellegunt quas ferunt.
Ita res publica fluctuat atque in tenebris ducta labitur" (cit. Trabucco).
Traduzione: "Ahimè, misera Italia, che è governata non da uomini saggi, ma da persone rozze nelle lettere; le cui parole sono suoni vuoti, i cui consigli sono ciechi, e che non comprendono neppure le leggi che promulgano. Così la cosa pubblica ondeggia e, trascinata nelle tenebre, scivola".
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
https://www.radioroma.tv/2026/03/12/camelot-referendum-costituzionale-il-dibattito/
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Radio Roma
Camelot - Referendum costituzionale: il dibattito / Rigenerazione urbana a Roma? Le proteste dei comitati / Questione case Enasarco…
Torniamo con un nuovo dibattito sul prossimo referendum costituzionale del 22 e 23 marzo relativo all'assetto della magistratura. Insieme alle ragioni del sì