DIBATTITO SUL REFERENDUM
Ieri sera a Salzano (Città metropolitana di Venezia) ho partecipato ad un bel confronto pubblico in vista del referendum costituzionale dei giorni 22-23 marzo 2026, evidenziando gli enormi problemi del sorteggio e le ragioni per cui la possibile degenerazione del correntismo corre il rischio di essere aggravata. Non è mancata un'analisi critica in chiave comparata (Portogallo e, per certi versi, Francia anche se i modelli non sono sovrapponibili).
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Ieri sera a Salzano (Città metropolitana di Venezia) ho partecipato ad un bel confronto pubblico in vista del referendum costituzionale dei giorni 22-23 marzo 2026, evidenziando gli enormi problemi del sorteggio e le ragioni per cui la possibile degenerazione del correntismo corre il rischio di essere aggravata. Non è mancata un'analisi critica in chiave comparata (Portogallo e, per certi versi, Francia anche se i modelli non sono sovrapponibili).
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
NON LA FINE DELLE CORRENTI, MA IL LORO STADIO PIÙ DEGRADATO
La separazione delle carriere con due CSM non estinguerà il correntismo (o meglio il loro uso politico-ideologico), lo farà degenerare, perché le correnti non nascono dall’unità dell’autogoverno ma dalla lotta per il controllo delle nomine, delle valutazioni e dei percorsi professionali e la riforma non sottrae affatto quel potere alle appartenenze organizzate, lo sdoppia, attribuendolo a due Consigli distinti competenti per assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, valutazioni di professionalità e conferimenti di funzioni, mentre la giurisdizione disciplinare viene addirittura sottratta a entrambi e trasferita a un’Alta Corte separata (ovvero l'esatto opposto della logica separativa), con il risultato di moltiplicare i centri di influenza, i luoghi della trattativa e le occasioni di scambio, perdendo al tempo stesso quella visione unitaria del sistema giustizia che il CSM ha indicato come essenziale. È, quindi, falsa la prima tesi del Sì, secondo cui due CSM spezzerebbero le correnti, perché in corpi più piccoli e più omogenei il peso delle appartenenze cresce, il dissenso interno costa di più, la fedeltà di gruppo si irrigidisce e, soprattutto nel settore requirente, aumenta proprio quel rischio di autoreferenzialità che il CSM ha espressamente segnalato come effetto sistemico della riforma. È falsa anche la seconda tesi, secondo cui il sorteggio depoliticizzerebbe l’autogoverno, perché un terzo dei componenti di ciascun Consiglio continua a essere estratto da un elenco compilato dal Parlamento in seduta comune e il Vicepresidente di ciascun organo è scelto proprio tra quei membri, sicché la politica non viene espulsa ma semplicemente anticipata a monte, in una forma meno trasparente e perciò più insidiosa. È falsa poi la terza tesi, secondo cui il sorteggio distruggerebbe il correntismo, perché il voto almeno costringe le correnti a esporsi, a presentare candidature, a misurarsi pubblicamente e a rispondere delle scelte, mentre il sorteggio non elimina le reti di influenza ma le libera dall’onere della responsabilità, trasformando il correntismo da fenomeno visibile in un potere occulto di orientamento, tutela e patrocinio, tanto più grave in quanto privo di investitura rappresentativa ed è per questo che lo stesso CSM ha richiamato i problemi di rappresentatività e di pluralismo ideale e culturale, mentre gli standard del Consiglio d’Europa insistono sul fatto che i componenti togati dei consigli di giustizia debbano essere eletti dai loro pari in forme idonee a garantire la più ampia rappresentanza. È, infine, fragile anche la tesi che tutto ciò sarebbe necessario per assicurare la terzietà del giudice, perché il CSM ha ricordato che i passaggi di funzione, dopo le riforme del 2006 e del 2022, hanno un’incidenza estremamente ridotta sul totale dei magistrati in servizio (0,4%), sicché si pretende di devastare l’equilibrio dell’autogoverno per correggere un fenomeno ormai marginale. Il punto decisivo, allora, emerge con nettezza: non si sta curando il correntismo ma lo si sta spingendo verso la sua forma più malata, quella di un correntismo più chiuso, più settoriale, più irresponsabile e meno controllabile che agisce sui meccanismi di filtro dei sorteggiabili. Questo non significa che non vi siano problemi. Ve ne sono e molti, ma la legge di revisione costituzionale, essendo una riforma ordinamentale e non funzionale, non li risolve. Perchè non si è proceduto, con legge ordinaria dello Stato, a ridurre il numero dei membri del CSM (che la Costituzione non indica)? Perchè non è stata ridotta l'ampiezza dei collegi elettorali per l'elezione della componente togata? Perchè non si è andati oltre la riforma Cartabia del 2022 per arrivare ad una separazione netta delle carriere che non richiede revisione costituzionale? Perchè una modifica della Costituzione puó essere spesa meglio sul piano politico e, nel 2027, ci sono le elezioni politiche.
NON LA FINE DELLE CORRENTI, MA IL LORO STADIO PIÙ DEGRADATO
La separazione delle carriere con due CSM non estinguerà il correntismo (o meglio il loro uso politico-ideologico), lo farà degenerare, perché le correnti non nascono dall’unità dell’autogoverno ma dalla lotta per il controllo delle nomine, delle valutazioni e dei percorsi professionali e la riforma non sottrae affatto quel potere alle appartenenze organizzate, lo sdoppia, attribuendolo a due Consigli distinti competenti per assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, valutazioni di professionalità e conferimenti di funzioni, mentre la giurisdizione disciplinare viene addirittura sottratta a entrambi e trasferita a un’Alta Corte separata (ovvero l'esatto opposto della logica separativa), con il risultato di moltiplicare i centri di influenza, i luoghi della trattativa e le occasioni di scambio, perdendo al tempo stesso quella visione unitaria del sistema giustizia che il CSM ha indicato come essenziale. È, quindi, falsa la prima tesi del Sì, secondo cui due CSM spezzerebbero le correnti, perché in corpi più piccoli e più omogenei il peso delle appartenenze cresce, il dissenso interno costa di più, la fedeltà di gruppo si irrigidisce e, soprattutto nel settore requirente, aumenta proprio quel rischio di autoreferenzialità che il CSM ha espressamente segnalato come effetto sistemico della riforma. È falsa anche la seconda tesi, secondo cui il sorteggio depoliticizzerebbe l’autogoverno, perché un terzo dei componenti di ciascun Consiglio continua a essere estratto da un elenco compilato dal Parlamento in seduta comune e il Vicepresidente di ciascun organo è scelto proprio tra quei membri, sicché la politica non viene espulsa ma semplicemente anticipata a monte, in una forma meno trasparente e perciò più insidiosa. È falsa poi la terza tesi, secondo cui il sorteggio distruggerebbe il correntismo, perché il voto almeno costringe le correnti a esporsi, a presentare candidature, a misurarsi pubblicamente e a rispondere delle scelte, mentre il sorteggio non elimina le reti di influenza ma le libera dall’onere della responsabilità, trasformando il correntismo da fenomeno visibile in un potere occulto di orientamento, tutela e patrocinio, tanto più grave in quanto privo di investitura rappresentativa ed è per questo che lo stesso CSM ha richiamato i problemi di rappresentatività e di pluralismo ideale e culturale, mentre gli standard del Consiglio d’Europa insistono sul fatto che i componenti togati dei consigli di giustizia debbano essere eletti dai loro pari in forme idonee a garantire la più ampia rappresentanza. È, infine, fragile anche la tesi che tutto ciò sarebbe necessario per assicurare la terzietà del giudice, perché il CSM ha ricordato che i passaggi di funzione, dopo le riforme del 2006 e del 2022, hanno un’incidenza estremamente ridotta sul totale dei magistrati in servizio (0,4%), sicché si pretende di devastare l’equilibrio dell’autogoverno per correggere un fenomeno ormai marginale. Il punto decisivo, allora, emerge con nettezza: non si sta curando il correntismo ma lo si sta spingendo verso la sua forma più malata, quella di un correntismo più chiuso, più settoriale, più irresponsabile e meno controllabile che agisce sui meccanismi di filtro dei sorteggiabili. Questo non significa che non vi siano problemi. Ve ne sono e molti, ma la legge di revisione costituzionale, essendo una riforma ordinamentale e non funzionale, non li risolve. Perchè non si è proceduto, con legge ordinaria dello Stato, a ridurre il numero dei membri del CSM (che la Costituzione non indica)? Perchè non è stata ridotta l'ampiezza dei collegi elettorali per l'elezione della componente togata? Perchè non si è andati oltre la riforma Cartabia del 2022 per arrivare ad una separazione netta delle carriere che non richiede revisione costituzionale? Perchè una modifica della Costituzione puó essere spesa meglio sul piano politico e, nel 2027, ci sono le elezioni politiche.
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REFERENDUM:
Segnalo due prossimi appuntamemti:
1) Giovedì 19 marzo 2026, a Mantova, con inizio fissato alle ore 16:00, saró all'Ateneo "Unicollege" per moderare il confronto tra le ragioni del Sì e del NO;
2) Venerdì 20 marzo 2026 in modalità on line, alle ore 15:30, per sostenere le ragioni del NO. Chi volesse partecipare, puó chiedere il link ad universita@unidolomiti.it.
Vi aspetto. Seguimi sul canale Telegram Il Giusnaturalista https://t.me/Giusnaturalista
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Altre immagini del'attacco di stanotte di droni contro l'ambasciata USA a Baghdad, un importante rifugio per i terroristi americani.
Il filmato mostra un drone colpire l'interno del complesso dell'ambasciata americana nella Zona Verde di Baghdad, un sito che funge non solo da sede diplomatica, ma anche da centro di comando e logistica per le forze terroristiche statunitensi che operano nella regione. Il tutto tra la gioia e le preghiere dei cittadini iracheni.
Almeno due droni hanno colpito il vasto complesso, una delle installazioni statunitensi più fortificate in Asia Occidentale, mostrando la potenza della Resistenza Islamica.
🇮🇷 Notizie dall'Iran islamico e rivoluzionario https://t.me/iranislamico
Il filmato mostra un drone colpire l'interno del complesso dell'ambasciata americana nella Zona Verde di Baghdad, un sito che funge non solo da sede diplomatica, ma anche da centro di comando e logistica per le forze terroristiche statunitensi che operano nella regione. Il tutto tra la gioia e le preghiere dei cittadini iracheni.
Almeno due droni hanno colpito il vasto complesso, una delle installazioni statunitensi più fortificate in Asia Occidentale, mostrando la potenza della Resistenza Islamica.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
COLPIRE TEHERAN, RISVEGLIARE LA PERSIA:
L’offensiva del 28 febbraio 2026, presentata da Israele come attacco “preventivo” e condotta in coordinamento con gli Stati Uniti d'America, avrebbe dovuto ristabilire una superiorità netta, rapida e pedagogica, tale da ricondurre l’Iran entro la grammatica della deterrenza occidentale. Sta accadendo l’inverso. A diciotto giorni dall’inizio della guerra, Washington lascia già trapelare l’intenzione di uscire “nel prossimo futuro”, mentre la stessa intelligence statunitense ritiene che il potere iraniano non sia prossimo al collasso. Nel frattempo, gli alleati occidentali non mostrano affatto una compattezza imperiale, perché la Francia ha escluso la partecipazione a operazioni militari per forzare la riapertura di Hormuz e varie capitali europee insistono piuttosto su una cornice internazionale e negoziale. Questa non è la fisiologia di una vittoria, è il lessico di un’impasse strategica. Quando la superiorità tecnico-militare non si converte in decisione politica, il risultato non è il dominio, è l’impantanamento. L’errore originario di Washington e Tel Aviv è aver trattato l’Iran come un semplice dispositivo ostile da neutralizzare, quasi fosse una infrastruttura militare estesa e non una civiltà politica. L’Iran non coincide con il suo regime, benché il regime ne organizzi oggi la forma del potere. L’Iran è anzitutto Persia storica, altopiano, lingua, memoria imperiale, sedimentazione simbolica. È un Paese vastissimo, di oltre 1,63 milioni di chilometri quadrati, con una popolazione che "Britannica" stima in oltre 87 milioni di abitanti nel 2026, montuoso, arido, etnicamente plurale e, tuttavia, tenuto insieme da un asse profondo che resta persiano nella lingua e iranico nell’autocoscienza storica. L’iranità non è una formula amministrativa recente, bensì un sentimento di appartenenza alle terre storiche dell’Irānzamin, alimentato da miti, genealogie, tradizioni e da una continuità culturale che ha attraversato conquiste, islamizzazione e modernizzazione senza dissolversi. A questa lunga durata si è aggiunto il fattore decisivo del safavismo, poiché l’adozione del duodecimanismo sciita come religione di Stato fu una delle matrici della coscienza unitaria iraniana. Colpire un soggetto siffatto significa urtare non solo apparati e basi, bensì una forma storica che possiede profondità, orgoglio e capacità di assorbimento. Per questa ragione l’Iran non è né l’Iraq, né l’Afghanistan. L’Iraq del 2003 fu sconfitto con grande rapidità nella fase convenzionale e vide, subito dopo il crollo del regime ba‘thista, un’esplosione di saccheggi e disarticolazione istituzionale, cui seguì l’insurrezione. L’Afghanistan del 2001 conobbe a sua volta una prima fase brevissima, di circa due mesi, nella quale il potere talebano fu rovesciato, e soltanto in seguito il teatro si trasformò in una lunga guerra di logoramento. L’Iran si colloca in un’altra categoria geopolitica. Non è uno Stato svuotato da decenni di embargo e fratture tali da rendere possibile una decapitazione quasi istantanea. Non è neppure una formazione periferica la cui forza risieda solo nella dispersione tribale e nella guerriglia montana. È uno Stato-civiltà con memoria imperiale, massa demografica, apparati resilienti, tradizione strategica e una esperienza storica molto precisa del sacrificio nazionale. La guerra del 1980-1988, iniziata con l’invasione irachena, mostrò già allora che l’Iran può subire il colpo iniziale senza cedere il proprio nucleo politico e che anzi sa convertire la pressione esterna in mobilitazione interna. Chi immagina che l’eliminazione dei vertici produca automaticamente la decomposizione del Paese confonde il bersaglio con l’oggetto storico. L’Iran, in altri termini, non sta vincendo perché disponga di una superiorità convenzionale, che non possiede, bensì perché ha imposto alla guerra il proprio ritmo e il proprio terreno.
COLPIRE TEHERAN, RISVEGLIARE LA PERSIA:
L’offensiva del 28 febbraio 2026, presentata da Israele come attacco “preventivo” e condotta in coordinamento con gli Stati Uniti d'America, avrebbe dovuto ristabilire una superiorità netta, rapida e pedagogica, tale da ricondurre l’Iran entro la grammatica della deterrenza occidentale. Sta accadendo l’inverso. A diciotto giorni dall’inizio della guerra, Washington lascia già trapelare l’intenzione di uscire “nel prossimo futuro”, mentre la stessa intelligence statunitense ritiene che il potere iraniano non sia prossimo al collasso. Nel frattempo, gli alleati occidentali non mostrano affatto una compattezza imperiale, perché la Francia ha escluso la partecipazione a operazioni militari per forzare la riapertura di Hormuz e varie capitali europee insistono piuttosto su una cornice internazionale e negoziale. Questa non è la fisiologia di una vittoria, è il lessico di un’impasse strategica. Quando la superiorità tecnico-militare non si converte in decisione politica, il risultato non è il dominio, è l’impantanamento. L’errore originario di Washington e Tel Aviv è aver trattato l’Iran come un semplice dispositivo ostile da neutralizzare, quasi fosse una infrastruttura militare estesa e non una civiltà politica. L’Iran non coincide con il suo regime, benché il regime ne organizzi oggi la forma del potere. L’Iran è anzitutto Persia storica, altopiano, lingua, memoria imperiale, sedimentazione simbolica. È un Paese vastissimo, di oltre 1,63 milioni di chilometri quadrati, con una popolazione che "Britannica" stima in oltre 87 milioni di abitanti nel 2026, montuoso, arido, etnicamente plurale e, tuttavia, tenuto insieme da un asse profondo che resta persiano nella lingua e iranico nell’autocoscienza storica. L’iranità non è una formula amministrativa recente, bensì un sentimento di appartenenza alle terre storiche dell’Irānzamin, alimentato da miti, genealogie, tradizioni e da una continuità culturale che ha attraversato conquiste, islamizzazione e modernizzazione senza dissolversi. A questa lunga durata si è aggiunto il fattore decisivo del safavismo, poiché l’adozione del duodecimanismo sciita come religione di Stato fu una delle matrici della coscienza unitaria iraniana. Colpire un soggetto siffatto significa urtare non solo apparati e basi, bensì una forma storica che possiede profondità, orgoglio e capacità di assorbimento. Per questa ragione l’Iran non è né l’Iraq, né l’Afghanistan. L’Iraq del 2003 fu sconfitto con grande rapidità nella fase convenzionale e vide, subito dopo il crollo del regime ba‘thista, un’esplosione di saccheggi e disarticolazione istituzionale, cui seguì l’insurrezione. L’Afghanistan del 2001 conobbe a sua volta una prima fase brevissima, di circa due mesi, nella quale il potere talebano fu rovesciato, e soltanto in seguito il teatro si trasformò in una lunga guerra di logoramento. L’Iran si colloca in un’altra categoria geopolitica. Non è uno Stato svuotato da decenni di embargo e fratture tali da rendere possibile una decapitazione quasi istantanea. Non è neppure una formazione periferica la cui forza risieda solo nella dispersione tribale e nella guerriglia montana. È uno Stato-civiltà con memoria imperiale, massa demografica, apparati resilienti, tradizione strategica e una esperienza storica molto precisa del sacrificio nazionale. La guerra del 1980-1988, iniziata con l’invasione irachena, mostrò già allora che l’Iran può subire il colpo iniziale senza cedere il proprio nucleo politico e che anzi sa convertire la pressione esterna in mobilitazione interna. Chi immagina che l’eliminazione dei vertici produca automaticamente la decomposizione del Paese confonde il bersaglio con l’oggetto storico. L’Iran, in altri termini, non sta vincendo perché disponga di una superiorità convenzionale, che non possiede, bensì perché ha imposto alla guerra il proprio ritmo e il proprio terreno.
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L'agenzia Reuters riferisce che Teheran ha quasi paralizzato il traffico marittimo a Hormuz, snodo da cui passa circa il 20% dei flussi mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto, costringendo i produttori del Golfo a correre verso rotte alternative e riportando il costo geopolitico del conflitto al centro del sistema mondiale. Nello stesso tempo, l’Iran continua a esportare petrolio da Kharg senza interruzioni dichiarate, ha concesso passaggi selettivi a navi indiane e, sul piano diplomatico, ha sostenuto alle Nazioni Unite di non voler negare in astratto la libertà di navigazione, attribuendo l’instabilità all’aggressione statunitense. Qui si vede la differenza tra uno Stato improvvisato e uno Stato antico. Il primo reagisce in modo convulso. Il secondo calibra, punisce, seleziona, segnala. In questa luce, la posizione iraniana appare assai più razionale di quanto la propaganda occidentale voglia ammettere. Non vi è soltanto l’istinto della sopravvivenza, vi è la coscienza di rappresentare una continuità storica che non accetta di essere ridotta a oggetto di polizia internazionale. Gli Stati Uniti d'America e Israele hanno creduto di colpire un dossier, ma hanno risvegliato una civiltà. Per questo si stanno impantanando. L’Iran non è una campagna da chiudere, è una potenza storica da comprendere. E chi non comprende la Persia finisce quasi sempre per smarrirsi dentro di essa. 
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AI "RAGGI X" LE DICHIARAZIONI DI TAJANI:
L’affermazione del Ministro per gli Affari esteri e la Cooperazione internazionale, Antonio Tajani, presuppone la confusione di tre piani distinti: 1) la genesi storica dell’ordinamento giudiziario del 1941; 2) la struttura costituzionale repubblicana dal 1948 in poi; 3) la differenza, decisiva, tra unità dell’ordine giudiziario e unicità delle carriere. Il regio decreto n. 12/1941 effettivamente collocava giudici e pubblici ministeri nello stesso “ordine giudiziario” (art. 4), ma nello stesso impianto il pubblico ministero esercitava le sue funzioni “sotto la vigilanza del Ministro per la grazia e giustizia” (art. 69). Dunque il modello fascista non coincide affatto con quello costituzionale vigente: era un modello di unità ordinamentale dentro una magistratura strutturalmente subordinata all’Esecutivo. Perciò dire che “la carriera unica l’ha voluta Mussolini” è, tecnicamente, una semplificazione fuorviante. Più correttamente: il fascismo codificò nel 1941 un ordinamento unitario; ma la fonte di legittimazione dell’assetto attuale non è il regio decreto fascista, bensì la Costituzione repubblicana, che all’art. 104 stabilisce che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, e all’art. 107 precisa, da un lato, che “i magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni”, dall’altro che il pubblico ministero gode di proprie garanzie ordinamentali. È quindi la Costituzione ad aver rifondato il rapporto tra giudice e PM, sottraendolo alla dipendenza governativa che caratterizzava il modello del 1941.
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L’affermazione del Ministro per gli Affari esteri e la Cooperazione internazionale, Antonio Tajani, presuppone la confusione di tre piani distinti: 1) la genesi storica dell’ordinamento giudiziario del 1941; 2) la struttura costituzionale repubblicana dal 1948 in poi; 3) la differenza, decisiva, tra unità dell’ordine giudiziario e unicità delle carriere. Il regio decreto n. 12/1941 effettivamente collocava giudici e pubblici ministeri nello stesso “ordine giudiziario” (art. 4), ma nello stesso impianto il pubblico ministero esercitava le sue funzioni “sotto la vigilanza del Ministro per la grazia e giustizia” (art. 69). Dunque il modello fascista non coincide affatto con quello costituzionale vigente: era un modello di unità ordinamentale dentro una magistratura strutturalmente subordinata all’Esecutivo. Perciò dire che “la carriera unica l’ha voluta Mussolini” è, tecnicamente, una semplificazione fuorviante. Più correttamente: il fascismo codificò nel 1941 un ordinamento unitario; ma la fonte di legittimazione dell’assetto attuale non è il regio decreto fascista, bensì la Costituzione repubblicana, che all’art. 104 stabilisce che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, e all’art. 107 precisa, da un lato, che “i magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni”, dall’altro che il pubblico ministero gode di proprie garanzie ordinamentali. È quindi la Costituzione ad aver rifondato il rapporto tra giudice e PM, sottraendolo alla dipendenza governativa che caratterizzava il modello del 1941.
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Forwarded from Giuseppe Masala Chili 🌶
Non si uccide l'Ayatollah Khameney se non si vuole un conflitto senza quartiere con l'Iran. Non si bombarda scientemente una scuola ammazzando circa 160 piccole alunne se non si vuole innescare l'odio cieco del popolo che ha subito questa tragedia. Non si uccidono tutti i membri del governo con chi ha parole si dice di voler trattare. Non si bombardano i giacimenti di gas più importanti dell'Iran con il quale viene alimentata l'80% della rete elettrica del paese se non per provocare una immediata rappresaglia iraniana contro gli altir paesi del Golfo alleati degli USA.
La verità vera è che, al di là delle parole, gli USA vogliono un conflitto prolungato e di enorme virulenza che provochi uno shock nei mercati mondiali dell'energia e più in generale una enorme recessione.
Perchè vogliono tutto questo? Perchè la crisi sistema del dollaro e del sistema finanziario USA è alle porte. Ma se sarà annacquata in una più vasta crisi mondiale semplicemente nessuno ci farà caso e il Dollaro rimarrà ancora la moneta standard internazionale e Wall Street potrà rimanere in prospettiva la cuccagna per le élites di tutto il mondo.
Gli americani sono maestri nell'esportare le loro crisi al resto del mondo. Questo è il loro intento, questa è la loro strategia.
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