L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
IL TRONO VUOTO DELLA MOLTITUDINE: SULLA FINZIONE METAFISICA DELLA SOVRANITÀ POPOLARE E SULLA VERITÀ CLASSICA DELL’ORDINE POLITICO
La sovranità popolare è forse la più celebre tra le formule attraverso cui la modernità ha tentato di conferire al potere un fondamento puramente umano, sciolto da ogni misura superiore e da ogni riferimento a un ordine del vero che preceda la decisione. In essa si raccoglie il gesto tipico dell’età moderna, che consiste nel trasferire nell’uomo ciò che in precedenza veniva riconosciuto come inscritto nella natura delle cose, nell’ordine del giusto, nella finalità propria della convivenza civile. Il popolo, così concepito, non è soltanto la comunità storica dei governati e dei governanti, né soltanto il soggetto concreto che partecipa alla vita pubblica. Diviene principio assoluto di legittimazione, fonte originaria della legge, titolo supremo dell’autorità. La decisione non viene più giudicata secondo la sua conformità al bene comune e alla giustizia, bensì secondo la sua riconducibilità a una volontà collettiva elevata a istanza ultima. Il mutamento è immenso. La politica non viene semplicemente riorganizzata. Viene rifondata su una nuova metafisica, spesso implicita, talora inconsapevole, sempre decisiva. La difficoltà essenziale di tale costruzione emerge non appena si ponga la domanda elementare che la modernità, per lo più, preferisce eludere. Per quale ragione una volontà, solo perché collettiva, dovrebbe valere come criterio del giusto. Nessuna moltiplicazione quantitativa trasfigura ontologicamente il volere. Il numero non converte l’opinione in verità, né la preferenza in bene, né il consenso in giustizia. Una moltitudine che voglia non è, per ciò stesso, una moltitudine che giudichi rettamente. Se, dunque, il popolo è sovrano in senso pieno, allora nulla può stare sopra la sua decisione. Ogni limite sostanziale ne ferirebbe la pretesa assolutezza. Se, invece, si ammette che vi siano norme, fini, beni, strutture della realtà umana e politica che la volontà popolare non può legittimamente negare, allora la sovranità popolare cessa di essere un assoluto e si riduce, più sobriamente, a una forma di partecipazione al governo della comunità. L’alternativa è inaggirabile. O il popolo è misura di tutto, e allora la giustizia si dissolve nella decisione. Oppure la giustizia precede il popolo, e allora il popolo non è il fondamento ultimo, bensì un soggetto reale e importantissimo entro un ordine che lo oltrepassa. La modernità ha cercato di evitare questo esito servendosi di un lessico suggestivo e politicamente potentissimo. Ha identificato il popolo con la totalità della comunità, la maggioranza con la voce dell’intero, il consenso con la legittimità, la procedura con il titolo del giusto. In questo modo l’aporia non è stata superata. È stata coperta. La decisione della volontà collettiva è stata circondata da un’aura quasi sacrale, come se il semplice provenire dal basso bastasse a mutarne la natura. Eppure il problema resta intatto. Una volontà non diviene vera perché comune. Diviene soltanto più forte nella sua capacità di imporsi. La forza numerica può creare efficacia, stabilità, persino consenso durevole. Non può creare, da sola, il titolo morale e razionale dell’obbligazione. Là dove il volere pretende di valere come fonte del dover essere, si produce inevitabilmente una torsione arbitraria dell’ordine politico. Ciò che è deciso comincia a presentarsi come giusto per il solo fatto di essere stato deciso, e il criterio della rettitudine viene silenziosamente assorbito dalla procedura della produzione normativa. La Rivoluzione francese ha dato a tale passaggio una forma quasi paradigmatica. In essa il popolo viene innalzato a soggetto salvifico della storia, a principio indiscutibile della rigenerazione civile, a nuova trascendenza secolarizzata. La modernità rivoluzionaria non elimina davvero l’assoluto. Ne muta il luogo. Non abbatte il trono. Lo svuota del suo riferimento classico e lo assegna a un soggetto collettivo idealizzato.
IL TRONO VUOTO DELLA MOLTITUDINE: SULLA FINZIONE METAFISICA DELLA SOVRANITÀ POPOLARE E SULLA VERITÀ CLASSICA DELL’ORDINE POLITICO
La sovranità popolare è forse la più celebre tra le formule attraverso cui la modernità ha tentato di conferire al potere un fondamento puramente umano, sciolto da ogni misura superiore e da ogni riferimento a un ordine del vero che preceda la decisione. In essa si raccoglie il gesto tipico dell’età moderna, che consiste nel trasferire nell’uomo ciò che in precedenza veniva riconosciuto come inscritto nella natura delle cose, nell’ordine del giusto, nella finalità propria della convivenza civile. Il popolo, così concepito, non è soltanto la comunità storica dei governati e dei governanti, né soltanto il soggetto concreto che partecipa alla vita pubblica. Diviene principio assoluto di legittimazione, fonte originaria della legge, titolo supremo dell’autorità. La decisione non viene più giudicata secondo la sua conformità al bene comune e alla giustizia, bensì secondo la sua riconducibilità a una volontà collettiva elevata a istanza ultima. Il mutamento è immenso. La politica non viene semplicemente riorganizzata. Viene rifondata su una nuova metafisica, spesso implicita, talora inconsapevole, sempre decisiva. La difficoltà essenziale di tale costruzione emerge non appena si ponga la domanda elementare che la modernità, per lo più, preferisce eludere. Per quale ragione una volontà, solo perché collettiva, dovrebbe valere come criterio del giusto. Nessuna moltiplicazione quantitativa trasfigura ontologicamente il volere. Il numero non converte l’opinione in verità, né la preferenza in bene, né il consenso in giustizia. Una moltitudine che voglia non è, per ciò stesso, una moltitudine che giudichi rettamente. Se, dunque, il popolo è sovrano in senso pieno, allora nulla può stare sopra la sua decisione. Ogni limite sostanziale ne ferirebbe la pretesa assolutezza. Se, invece, si ammette che vi siano norme, fini, beni, strutture della realtà umana e politica che la volontà popolare non può legittimamente negare, allora la sovranità popolare cessa di essere un assoluto e si riduce, più sobriamente, a una forma di partecipazione al governo della comunità. L’alternativa è inaggirabile. O il popolo è misura di tutto, e allora la giustizia si dissolve nella decisione. Oppure la giustizia precede il popolo, e allora il popolo non è il fondamento ultimo, bensì un soggetto reale e importantissimo entro un ordine che lo oltrepassa. La modernità ha cercato di evitare questo esito servendosi di un lessico suggestivo e politicamente potentissimo. Ha identificato il popolo con la totalità della comunità, la maggioranza con la voce dell’intero, il consenso con la legittimità, la procedura con il titolo del giusto. In questo modo l’aporia non è stata superata. È stata coperta. La decisione della volontà collettiva è stata circondata da un’aura quasi sacrale, come se il semplice provenire dal basso bastasse a mutarne la natura. Eppure il problema resta intatto. Una volontà non diviene vera perché comune. Diviene soltanto più forte nella sua capacità di imporsi. La forza numerica può creare efficacia, stabilità, persino consenso durevole. Non può creare, da sola, il titolo morale e razionale dell’obbligazione. Là dove il volere pretende di valere come fonte del dover essere, si produce inevitabilmente una torsione arbitraria dell’ordine politico. Ciò che è deciso comincia a presentarsi come giusto per il solo fatto di essere stato deciso, e il criterio della rettitudine viene silenziosamente assorbito dalla procedura della produzione normativa. La Rivoluzione francese ha dato a tale passaggio una forma quasi paradigmatica. In essa il popolo viene innalzato a soggetto salvifico della storia, a principio indiscutibile della rigenerazione civile, a nuova trascendenza secolarizzata. La modernità rivoluzionaria non elimina davvero l’assoluto. Ne muta il luogo. Non abbatte il trono. Lo svuota del suo riferimento classico e lo assegna a un soggetto collettivo idealizzato.
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Il popolo reale, tuttavia, non coincide mai con il popolo della teoria rivoluzionaria. Il primo è molteplice, differenziato, storicamente stratificato, segnato da limiti, passioni, errori, fedeltà, consuetudini, disuguaglianze naturali e sociali, appartenenze, memorie. Il secondo è un’unità astratta, compatta, indivisibile, moralmente investita di una autorità quasi oracolare. Tra questi due poli si apre uno scarto che la teoria moderna non riesce a colmare. Il popolo sovrano, proprio perché assunto come soggetto unico, non parla mai immediatamente. Deve essere rappresentato, interpretato, evocato, costruito. La sua unità esige sempre una mediazione. Così la dottrina che promette di consegnare il potere al popolo genera inevitabilmente una classe di interpreti del popolo, di amministratori della sua voce, di custodi della sua presunta volontà autentica. L’assoluto attribuito alla moltitudine si trasferisce allora, con tragica regolarità, a coloro che dichiarano di parlarne in nome. Qui si manifesta una seconda inconsistenza, non meno grave della prima. La sovranità popolare pretende di attribuire al popolo il primato costitutivo dell’ordine giuridico e politico. Eppure il popolo, in quanto soggetto politico unitario, non esiste mai prima di quell’ordine che dovrebbe fondare. Esso riceve forma dalle istituzioni, dalla tradizione, dal diritto, dalla lingua pubblica, dalla coscienza storica, dalla struttura concreta della comunità. Il popolo non precede semplicemente la costituzione politica. Ne è anche il risultato. Esso esiste certo come realtà umana e storica anteriore, come moltitudine radicata in una terra, in una memoria, in costumi comuni. Però non esiste come soggetto giuridicamente determinato e politicamente uno se non entro una forma che lo raccoglie, lo definisce, lo ordina, lo rappresenta. Ne segue un circolo difficilmente negabile. Il popolo sovrano dovrebbe fondare l’ordine che, a sua volta, lo costituisce come soggetto sovrano. Ciò che si proclama causa originaria appare, a uno sguardo più severo, come effetto di ciò che pretende di produrre. La tesi moderna vive, dunque, di una inversione. Assume come originario ciò che è derivato e attribuisce autosufficienza a ciò che riceve forma da un principio ulteriore. Il punto decisivo, allora, non consiste nel negare che il popolo abbia una funzione essenziale nella vita politica. Una simile negazione sarebbe grossolana e contraria all’esperienza. Nessuna comunità può reggersi senza consenso, senza partecipazione, senza il radicamento effettivo dell’autorità nel corpo vivo della società. Nessun ordine civile è sano se il popolo viene trattato come materia passiva o come semplice oggetto di amministrazione. La critica alla sovranità popolare moderna non mira affatto a togliere al popolo la possibilità della decisione. Mira, piuttosto, a collocare quella decisione nel suo luogo proprio. Il popolo deve decidere, deliberare, concorrere al governo, controllare, eleggere, approvare o respingere, custodire il senso storico della comunità, difenderne il patrimonio morale e istituzionale. Ciò che non gli si può attribuire senza errore è la qualità di fonte assoluta del giusto. Il popolo partecipa all’ordine politico. Non lo crea ex nihilo. Ne è soggetto eminente, non principio metafisico. A questo livello il pensiero classico mostra una superiorità teoretica difficilmente contestabile. Esso non pensa la comunità politica come un artificio prodotto da individui originariamente sovrani e originariamente sciolti da ogni finalità comune. Pensa invece la città come perfezionamento naturale della vita umana associata, come compimento della relazionalità costitutiva della persona, come forma alta della convivenza ordinata al bene comune. In questa prospettiva la politica non nasce per neutralizzare un conflitto originario tra libertà autosufficienti. Nasce perché l’uomo, per la sua stessa natura, è ordinato a una vita che oltrepassa l’isolamento e richiede un orizzonte comune di giustizia, di educazione morale, di amicizia civile, di pace ordinata.
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L’autorità, allora, non è il prodotto convenzionale di una delega revocabile in ogni istante. È una esigenza intrinseca della comunità politica, poiché ogni ordine richiede un principio di unità e ogni pluralità, per non dissolversi, domanda una forma che la orienti al bene dell’intero. Da ciò discende una concezione radicalmente diversa della legge. Per il pensiero classico la legge non è anzitutto espressione di volontà. È atto della ragione pratica ordinato al bene comune e promulgato da chi ha cura della comunità. La differenza è decisiva. Là dove la legge è pensata come comando della volontà sovrana, il problema fondamentale diventa la titolarità del potere. Si chiede chi comandi. Là dove la legge è pensata come misura razionale del giusto, la domanda primaria riguarda il fine e la rettitudine dell’ordine civile. Si chiede a che cosa il comando sia tenuto. Nel primo caso la legittimità tende a ridursi alla provenienza. Nel secondo caso essa è inseparabile dalla conformità a un bene oggettivo. Il popolo, entro questo quadro, conserva una funzione altissima, poiché nessuna legge sarà pienamente politica se non nasce anche dalla vita concreta del corpo sociale, dalla sua esperienza, dalla sua prudenza diffusa, dalla sua adesione ragionevole. Eppure tale funzione è inscritta entro un orizzonte più alto della mera volontà collettiva. Il popolo non è degradato. È restituito alla sua verità. Si comprende così anche l’attualità del pensiero classico, che non è affatto una reliquia dottrinale, bensì una intelligenza sempre viva della realtà politica. La contemporaneità mostra con evidenza crescente l’esaurimento del paradigma volontaristico. Le democrazie moderne, proprio mentre esaltano la sovranità del popolo, appaiono sempre più dominate da oligarchie tecniche, apparati amministrativi, poteri mediatici, giurisdizioni creative, burocrazie sovranazionali, dinamiche finanziarie e culturali che riducono la decisione popolare a un momento frammentario, spesso simbolico, talora manipolabile. Il popolo è continuamente invocato e raramente ascoltato nella sua realtà concreta. Si dice che tutto provenga da esso, e quasi nulla resta davvero nelle sue mani. Questa contraddizione non è accidentale. È il frutto maturo della premessa moderna. Quando la volontà è elevata a fondamento assoluto, occorrono inevitabilmente apparati che la producano, la dirigano, la semplifichino, la rendano governabile. Il popolo sovrano si converte così in popolo gestito. Il pensiero classico resiste a tale deriva proprio perché non assolutizza il momento della scelta. Esso riconosce che la politica è essenzialmente prudenza circa il bene comune, non semplice tecnica di aggregazione delle preferenze. Riconosce che vi sono beni indisponibili senza i quali la convivenza si corrompe, come la verità dell’uomo, la giustizia nei rapporti, la stabilità delle forme essenziali della vita comune, la priorità del tutto politico rispetto alla dispersione individualistica, la subordinazione del potere al fine. Riconosce altresì che la libertà politica non coincide con la facoltà di produrre arbitrariamente i criteri del giusto, bensì con la possibilità di partecipare consapevolmente alla ricerca comune di ciò che conviene all’uomo e alla città. In questo senso esso non comprime la libertà. La salva dal suo rovesciamento nichilistico. Le obiezioni moderne, a questo punto, si mostrano meno robuste di quanto spesso si creda. Si sostiene che il richiamo al bene comune e alla natura umana apra la via all’autoritarismo. In verità accade l’opposto. Solo un ordine politico che riconosca di non essere fonte della verità può essere autenticamente limitato. Solo un’autorità che si sappia vincolata a un bene che non inventa può sottrarsi alla tentazione dell’assoluto. Il volontarismo moderno, proprio perché proclama il soggetto umano come origine della norma, reca in sé una inclinazione permanente all’arbitrio, anche quando assume forme democratiche. Si afferma anche che il pluralismo contemporaneo renderebbe impossibile ogni riferimento a un ordine oggettivo del giusto.
L’argomento, a ben vedere, si autodistrugge. Nessuna società, per quanto plurale, può vivere senza presupporre beni non disponibili, senza escludere il lecito annientamento delle proprie condizioni di esistenza, senza giudicare che alcune cose siano incompatibili con la dignità della convivenza. Il pluralismo reale non abolisce il problema della verità pratica. Lo rende più esigente. Chiede un criterio più alto, non un vuoto normativo. Resta, allora, la vera impostazione del rapporto tra popolo e potere. Il popolo non è il sovrano assoluto. È la comunità storica dei partecipi al bene comune, la realtà viva nella quale l’ordine politico prende carne, memoria, linguaggio, costume, energia morale. Esso possiede il diritto e il dovere di concorrere alle decisioni che lo riguardano, poiché il governo della città non è affare privato di una élite né proprietà di un apparato. Nondimeno il popolo stesso, per essere politicamente vero, deve riconoscersi inscritto in una misura che non deriva dalla sua mera volontà. La sua decisione è legittima quando coopera alla determinazione prudenziale del giusto, non quando pretende di sostituirsi ad esso. Qui si scioglie l’equivoco moderno. La partecipazione popolare non viene negata. Viene purificata. Non viene compressa. Viene liberata dalla menzogna metafisica che la deformava attribuendole una assolutezza impossibile. In fondo l’errore della sovranità popolare moderna è di natura eminentemente metafisica. Essa colloca nel volere ciò che appartiene all’essere. Trasferisce alla decisione ciò che compete alla verità del fine. Immagina che il principio dell’ordine possa sorgere dal movimento stesso di una volontà collettiva che si autodichiari fonte di legittimità. Eppure nessun ordine nasce dalla pura autoaffermazione. Ogni ordine autentico richiede una misura, e ogni misura domanda un riferimento a ciò che è, non soltanto a ciò che si vuole. Il popolo, quando viene costretto a occupare il posto dell’assoluto, viene in realtà tradito, poiché gli si attribuisce un ruolo che nessuna creatura politica può sostenere senza corrompersi. Quando invece esso viene restituito alla sua verità di soggetto partecipante, di custode storico della comunità, di cooperatore alla giustizia, allora la sua dignità cresce e la politica ritrova il proprio centro. Non il mito della volontà sovrana, bensì la realtà di una comunità ordinata a un bene che la precede, la giudica e la rende possibile.
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IL FRASTUONO DEL POTERE:
"Ibi res publica labefactatur, ubi ii rem gubernant qui nec providere sciunt nec recte iudicare possunt" (cit. Daniele Trabucco)
Traduzione in lingua italiana: "Là lo Stato vacilla, dove governano coloro che non sanno né prevedere, né giudicare rettamente".
Un abbraccio a tutti e buona domenica!!!!
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Da Facebook:
Avete depenalizzato il falso in bilancio.
Avete eliminato il reato d’abuso d’ufficio.
Avete distrutto la spazza corrotti, rendendo impossibile perseguire il reato di traffico di illecito di influenze.
Avete bloccato le intercettazioni per evitare la galera ai delinquenti.
Avete limitato la responsabilità dei politici e degli amministratori al trenta per cento del danno erariale arrecato per colpa grave e comunque non oltre due annualità.
Avete fissato cinque giorni di preavviso per gli interrogatori di garanzia dando ai delinquenti la possibilità di scappare, far sparire le prove e persino minacciare chi li ha denunciati.
Bisogna dare due ore di preavviso per le perquisizioni, così i delinquenti possono eliminare le prove anche all’ultimo minuto.
Avete reso impunibili tantissimi reati in assenza di specifica querela di parte per cui un poliziotto non può neppure arrestare un borseggiatore o chi fa furti con destrezza.
È stato eliminato il reato di concorso esterno in associazione mafiosa.
E la Meloni ci viene a dire che se vincesse il #NO spacciatori e delinquenti vari sarebbero in libertà????
Peraltro, aggiungo sul piano tecnico, la legge di revisione costituzionale 30 ottobre 2025 ed oggetto del referendum oppositivo, non tocca in alcun modo la funzione giurisdizionale, essendo una revisione ordinamentale.
Avete depenalizzato il falso in bilancio.
Avete eliminato il reato d’abuso d’ufficio.
Avete distrutto la spazza corrotti, rendendo impossibile perseguire il reato di traffico di illecito di influenze.
Avete bloccato le intercettazioni per evitare la galera ai delinquenti.
Avete limitato la responsabilità dei politici e degli amministratori al trenta per cento del danno erariale arrecato per colpa grave e comunque non oltre due annualità.
Avete fissato cinque giorni di preavviso per gli interrogatori di garanzia dando ai delinquenti la possibilità di scappare, far sparire le prove e persino minacciare chi li ha denunciati.
Bisogna dare due ore di preavviso per le perquisizioni, così i delinquenti possono eliminare le prove anche all’ultimo minuto.
Avete reso impunibili tantissimi reati in assenza di specifica querela di parte per cui un poliziotto non può neppure arrestare un borseggiatore o chi fa furti con destrezza.
È stato eliminato il reato di concorso esterno in associazione mafiosa.
E la Meloni ci viene a dire che se vincesse il #NO spacciatori e delinquenti vari sarebbero in libertà????
Peraltro, aggiungo sul piano tecnico, la legge di revisione costituzionale 30 ottobre 2025 ed oggetto del referendum oppositivo, non tocca in alcun modo la funzione giurisdizionale, essendo una revisione ordinamentale.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
QUANDO LA STORIA ADORA LA FORZA: SAN PIO X RIVELA CHE LA PACE È UNA QUESTIONE DELL’ESSERE
Nell’attuale conflitto che coinvolge Stati Uniti d'America, Israele e Repubblica islamica dell'Iran, apertasi alla fine di febbraio 2026 e ancora segnata da una escalation che investe vite civili, infrastrutture e assetti regionali, il richiamo del Papa san Pio X, pontefice dal 1903 al 1914, non appare affatto remoto. Esso emerge, al contrario, come una parola capace di giudicare il presente nel suo nucleo più profondo. Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale Pio X pregò perché Dio allontanasse le “funeste faci di guerra” e ispirasse ai governanti “pensieri di pace e non di afflizione”. Fin dall’inizio del pontificato egli aveva indicato come compito essenziale quello di instaurare omnia in Christo, cioè di ricondurre ogni cosa alla sua unità e alla sua verità nel Verbo. Qui è custodita la ragione della sua radicale attualità. Egli non pensava la pace come un semplice risultato politico, quanto come il riflesso storico di un ordine più alto, che l’uomo non crea e che può soltanto riconoscere o violare. La prospettiva di Papa Sarto è profondamente metafisica. La pace, infatti, non coincide con la mera sospensione della violenza, né con l’equilibrio instabile delle paure reciproche. Una simile condizione può produrre tregua, non pace. La pace vera, invece, esiste solo quando la molteplicità delle volontà, delle comunità e delle potenze è interiormente ordinata a un bene che le trascende e le misura. Per questo la tradizione cristiana, ripresa autorevolmente dal magistero, la definisce "tranquillitas ordinis". Non si tratta di una formula ornamentale. Essa significa che la pace è la quiete di un essere che ha ritrovato il proprio posto nella verità. Dove la creatura accetta di non essere il principio di se stessa, nasce la misura. Dove la misura dimora, sorge la giustizia. Dove la giustizia è viva, la forza torna ad essere subordinata al bene. Quando, viceversa, la volontà politica pretende di stabilire da sé il criterio dell’ordine, il potere cessa di servire la realtà e comincia a rifabbricarla secondo la propria utilità. In quel punto la guerra non è solo un errore pratico. Essa è un errore ontologico, perché assume che la distruzione possa generare ordine e che la superiorità materiale possa sostituire la verità del giusto. Alla luce di questa architettura speculativa si comprende perché il messaggio di Pio X sia così penetrante anche per il Medio Oriente di oggi. La logica dell’attacco preventivo rivela una volontà che non si concepisce più come ministero del bene comune, bensì come sorgente autosufficiente di legittimazione. La potenza si attribuisce una funzione quasi soteriologica, ovvero crede di poter redimere la storia mediante la coercizione, di poter produrre sicurezza mediante il terrore, di poter fondare la pace attraverso la minaccia della rovina. Questa è, in senso proprio, una idolatria. Non nasce soltanto da una cattiva strategia. Nasce da una falsa metafisica. Presuppone che l’essere sia disponibile alla volontà del più forte e che il limite sia un ostacolo da spezzare, non una verità da onorare. San Pio X, con la semplicità solenne dei santi, smaschera questa menzogna alla radice. Egli ricorda che la storia non è salvata dalla forza, perché la forza non possiede in sé il principio della sua giustificazione. Solo il bene giustifica l’agire e il bene non è prodotto dalla decisione, ma ricevuto dall’ordine stesso del reale, che in ultima istanza riposa in Dio. Qui il suo pensiero raggiunge la sua altezza teologica più pura. Cristo, per il pontefice di Riese (Treviso), non è il sigillo religioso apposto dall’esterno su una politica già autonoma. Cristo è il centro intelligibile del cosmo e della storia. Dire che la pace si trova in Cristo significa allora affermare che la pace è possibile solo quando la libertà umana si lascia reinserire nella verità dell’essere e nella legge del bene.
QUANDO LA STORIA ADORA LA FORZA: SAN PIO X RIVELA CHE LA PACE È UNA QUESTIONE DELL’ESSERE
Nell’attuale conflitto che coinvolge Stati Uniti d'America, Israele e Repubblica islamica dell'Iran, apertasi alla fine di febbraio 2026 e ancora segnata da una escalation che investe vite civili, infrastrutture e assetti regionali, il richiamo del Papa san Pio X, pontefice dal 1903 al 1914, non appare affatto remoto. Esso emerge, al contrario, come una parola capace di giudicare il presente nel suo nucleo più profondo. Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale Pio X pregò perché Dio allontanasse le “funeste faci di guerra” e ispirasse ai governanti “pensieri di pace e non di afflizione”. Fin dall’inizio del pontificato egli aveva indicato come compito essenziale quello di instaurare omnia in Christo, cioè di ricondurre ogni cosa alla sua unità e alla sua verità nel Verbo. Qui è custodita la ragione della sua radicale attualità. Egli non pensava la pace come un semplice risultato politico, quanto come il riflesso storico di un ordine più alto, che l’uomo non crea e che può soltanto riconoscere o violare. La prospettiva di Papa Sarto è profondamente metafisica. La pace, infatti, non coincide con la mera sospensione della violenza, né con l’equilibrio instabile delle paure reciproche. Una simile condizione può produrre tregua, non pace. La pace vera, invece, esiste solo quando la molteplicità delle volontà, delle comunità e delle potenze è interiormente ordinata a un bene che le trascende e le misura. Per questo la tradizione cristiana, ripresa autorevolmente dal magistero, la definisce "tranquillitas ordinis". Non si tratta di una formula ornamentale. Essa significa che la pace è la quiete di un essere che ha ritrovato il proprio posto nella verità. Dove la creatura accetta di non essere il principio di se stessa, nasce la misura. Dove la misura dimora, sorge la giustizia. Dove la giustizia è viva, la forza torna ad essere subordinata al bene. Quando, viceversa, la volontà politica pretende di stabilire da sé il criterio dell’ordine, il potere cessa di servire la realtà e comincia a rifabbricarla secondo la propria utilità. In quel punto la guerra non è solo un errore pratico. Essa è un errore ontologico, perché assume che la distruzione possa generare ordine e che la superiorità materiale possa sostituire la verità del giusto. Alla luce di questa architettura speculativa si comprende perché il messaggio di Pio X sia così penetrante anche per il Medio Oriente di oggi. La logica dell’attacco preventivo rivela una volontà che non si concepisce più come ministero del bene comune, bensì come sorgente autosufficiente di legittimazione. La potenza si attribuisce una funzione quasi soteriologica, ovvero crede di poter redimere la storia mediante la coercizione, di poter produrre sicurezza mediante il terrore, di poter fondare la pace attraverso la minaccia della rovina. Questa è, in senso proprio, una idolatria. Non nasce soltanto da una cattiva strategia. Nasce da una falsa metafisica. Presuppone che l’essere sia disponibile alla volontà del più forte e che il limite sia un ostacolo da spezzare, non una verità da onorare. San Pio X, con la semplicità solenne dei santi, smaschera questa menzogna alla radice. Egli ricorda che la storia non è salvata dalla forza, perché la forza non possiede in sé il principio della sua giustificazione. Solo il bene giustifica l’agire e il bene non è prodotto dalla decisione, ma ricevuto dall’ordine stesso del reale, che in ultima istanza riposa in Dio. Qui il suo pensiero raggiunge la sua altezza teologica più pura. Cristo, per il pontefice di Riese (Treviso), non è il sigillo religioso apposto dall’esterno su una politica già autonoma. Cristo è il centro intelligibile del cosmo e della storia. Dire che la pace si trova in Cristo significa allora affermare che la pace è possibile solo quando la libertà umana si lascia reinserire nella verità dell’essere e nella legge del bene.
Senza questa ricapitolazione interiore ogni diritto si svuota, ogni diplomazia si decompone, ogni parola di pace diventa una maschera pronunciata sopra i preparativi della guerra. In questo senso Giuseppe Sarto resta contemporaneo non malgrado la distanza del suo tempo, ma proprio per la profondità del suo sguardo. Chi vede l’uomo alla luce del suo principio vede anche la guerra alla luce del suo peccato. Chi comprende che la creatura non è Dio comprende pure che nessuna ragione di Stato può diventare assoluta senza precipitare nella barbarie. Perciò il suo messaggio, oggi, suona come un giudizio e insieme come una speranza. Un giudizio sulla civiltà che cerca la pace senza convertirsi alla verità. Una speranza, perché ricorda che l’ordine non è perduto per sempre, e che la pace comincia ogni volta che l’uomo cessa di adorare la potenza e torna ad adorare il Logos.
TRABUCCO: A PRIMA LETTURA
Che la magistratura italiana abbia problemi enormi è evidente. Che una parte di essa abbia conosciuto e conosca derive di politicizzazione, pure. E che non siano mancate indegne sentenze “creative”, altrettanto. Ma proprio per questo, dopo le esperienze greca e portoghese, che mostrano i limiti del sorteggio e i rischi di una separazione delle magistrature in termini di privatizzazione della giustizia penale (bastava studiarli come ha fatto il sottoscritto), pensare che una riformetta ordinamentale potesse risolvere la crisi della giustizia è semplicemente illusorio. Il punto, infatti, non è dire sì o no alla separazione delle carriere (rectius delle magistrature). Il vero nodo è più profondo: riguarda il fondamento stesso della giurisdizione, l’idea di giustizia che la sorregge, il rapporto tra legalità, potere e verità. È, prima ancora che un problema tecnico o organizzativo, un problema teoretico e questo i tifosi del Sì e del No non l'hanno compreso (salve eccezioni). Ed è qui che sta l’errore, ieri di Renzi e oggi di Meloni: aver trasformato una questione di architettura costituzionale in una battaglia politica, piegandola alla logica della propaganda e del consenso (voto SÌ, voto NO, una valanga di...). Una certa politicizzazione, quando si tocca la magistratura, è inevitabile. Tuttavia, qui si è andati troppo oltre: non si è cercato di riformare seriamente la giustizia (del resto la legge di revisione costituzionale 30 ottobre 2025 non andava in quella direzione), la si è usata come terreno di scontro.
Quando si sbaglia il fondamento, ogni riforma, qualunque riforma, è solo maquillage del problema.
Qui è tutta la classe politica che va sostituita con uomini e donne innervate di un pensiero non tanto controrivoluzionario (come blaterano certi "Papi laici" della tradizione cattolica (che poi sfociano nel tradizionalismo), ma di restaurazione della legge naturale.
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Che la magistratura italiana abbia problemi enormi è evidente. Che una parte di essa abbia conosciuto e conosca derive di politicizzazione, pure. E che non siano mancate indegne sentenze “creative”, altrettanto. Ma proprio per questo, dopo le esperienze greca e portoghese, che mostrano i limiti del sorteggio e i rischi di una separazione delle magistrature in termini di privatizzazione della giustizia penale (bastava studiarli come ha fatto il sottoscritto), pensare che una riformetta ordinamentale potesse risolvere la crisi della giustizia è semplicemente illusorio. Il punto, infatti, non è dire sì o no alla separazione delle carriere (rectius delle magistrature). Il vero nodo è più profondo: riguarda il fondamento stesso della giurisdizione, l’idea di giustizia che la sorregge, il rapporto tra legalità, potere e verità. È, prima ancora che un problema tecnico o organizzativo, un problema teoretico e questo i tifosi del Sì e del No non l'hanno compreso (salve eccezioni). Ed è qui che sta l’errore, ieri di Renzi e oggi di Meloni: aver trasformato una questione di architettura costituzionale in una battaglia politica, piegandola alla logica della propaganda e del consenso (voto SÌ, voto NO, una valanga di...). Una certa politicizzazione, quando si tocca la magistratura, è inevitabile. Tuttavia, qui si è andati troppo oltre: non si è cercato di riformare seriamente la giustizia (del resto la legge di revisione costituzionale 30 ottobre 2025 non andava in quella direzione), la si è usata come terreno di scontro.
Quando si sbaglia il fondamento, ogni riforma, qualunque riforma, è solo maquillage del problema.
Qui è tutta la classe politica che va sostituita con uomini e donne innervate di un pensiero non tanto controrivoluzionario (come blaterano certi "Papi laici" della tradizione cattolica (che poi sfociano nel tradizionalismo), ma di restaurazione della legge naturale.
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IL GIUSNATURALISTA
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
LE MASCHERE DEL REFERENDUM E IL REGNO DELLA POST-VERITÀ:
Il tratto più sconfortante di questa campagna referendaria non coincide neppure con la consueta povertà del lessico politico e con le sue falsità (come confondere una riforma di tipo ordinamentale con una giurisdizionale), che ormai quasi nessuno si attende più di vedere riscattato, ma con un fenomeno più profondo e più grave, perché qui si manifesta la progressiva incapacità della sfera pubblica di salire dal riflesso alla nozione, dall’eccitazione al giudizio, dal consenso immediato alla comprensione dell’oggetto. È il trionfo della democrazia delle pance. Le immagini enfatiche, le previsioni valanghive, le proclamazioni muscolari, le parole lanciate come pietre contro l’avversario, tutto questo non dice quasi nulla sulla riforma, sulla sua struttura, sulla sua adeguatezza, sulla sua coerenza interna, sul nesso tra il mezzo proposto e il fine dichiarato. Ciò che viene esibito è una drammaturgia del numero, non una teoria dell’istituzione. Ciò che viene mobilitato è la reazione, non l’intelligenza. In tale svuotamento, il referendum smette di essere un atto di discernimento costituzionale e diventa il luogo nel quale una comunità mostra, quasi senza volerlo, la propria stanchezza speculativa. Anch’io ho sostenuto convintamente il no e l’ho fatto entrando nel merito, cioè misurando le ragioni della mia contrarietà sul terreno delle riforme e non su quello delle simpatie o delle antipatie di schieramento per quanto abbia disistima sia verso il centro-destra, sia verso il centro-sinistra. Questo resta, a mio giudizio, il discrimine essenziale tra la politica come esercizio del giudizio e la politica come amministrazione delle pulsioni. Un argomento può essere accolto o respinto, discusso o criticato, ma proprio per questo possiede una dignità che nessuno slogan potrà mai avere, perché accetta la mediazione del pensiero e si espone alla prova della confutazione. La propaganda, invece, si nutre di un’altra logica. Essa non cerca il vero pratico della decisione. Cerca l’onda utile, l’immagine efficace, la parola che coagula, l’impulso che trascina. Così il cittadino non viene trattato come soggetto capace di ordinare razionalmente il proprio giudizio, ma come terminale affettivo di una macchina narrativa che domanda adesione prima ancora di offrire ragioni. Il punto, del resto, non è Meloni o Conte o Schlein o Bonelli o Renzi etc., non è il volto contingente di chi oggi occupa la scena o di chi si candida a rioccuparla, poiché quelle figure, pur nella loro diversità politica, simbolica e temperamentale, appartengono tutte, in misura diversa, al medesimo orizzonte storico e spirituale. Esse sono espressioni differenti di una medesima modernità esausta, la quale ha sostituito la verità del giudizio con la funzionalità della narrazione, la rettitudine del fine con la gestione del consenso, la sostanza dell’ordine politico con la sua continua esposizione mediatica. Le facce mutano, il paradigma resta. Cambiano i registri, le alleanze, le parole d’ordine, ma permane l’identica riduzione della politica a tecnica di legittimazione e del diritto a dispositivo di organizzazione. Da questo punto di vista, lo scontro visibile tra i protagonisti della cronaca appare spesso meno radicale di quanto essi stessi amino rappresentare, perché sotto la superficie del conflitto agisce una medesima premessa, cioè l’assorbimento del giudizio entro l’immanenza del sistema. È qui che il riferimento alla post-verità acquista un significato preciso e non meramente giornalistico. La post-verità non consiste semplicemente nella menzogna, né coincide con la circolazione di affermazioni false, quasi si trattasse soltanto di un problema di accuratezza informativa. Il suo nucleo è assai più profondo, perché essa designa un regime spirituale nel quale il vero perde il proprio primato ordinatore e viene sostituito da ciò che riesce a imporsi come credibile sul piano emotivo, sociologico e mediatico.
LE MASCHERE DEL REFERENDUM E IL REGNO DELLA POST-VERITÀ:
Il tratto più sconfortante di questa campagna referendaria non coincide neppure con la consueta povertà del lessico politico e con le sue falsità (come confondere una riforma di tipo ordinamentale con una giurisdizionale), che ormai quasi nessuno si attende più di vedere riscattato, ma con un fenomeno più profondo e più grave, perché qui si manifesta la progressiva incapacità della sfera pubblica di salire dal riflesso alla nozione, dall’eccitazione al giudizio, dal consenso immediato alla comprensione dell’oggetto. È il trionfo della democrazia delle pance. Le immagini enfatiche, le previsioni valanghive, le proclamazioni muscolari, le parole lanciate come pietre contro l’avversario, tutto questo non dice quasi nulla sulla riforma, sulla sua struttura, sulla sua adeguatezza, sulla sua coerenza interna, sul nesso tra il mezzo proposto e il fine dichiarato. Ciò che viene esibito è una drammaturgia del numero, non una teoria dell’istituzione. Ciò che viene mobilitato è la reazione, non l’intelligenza. In tale svuotamento, il referendum smette di essere un atto di discernimento costituzionale e diventa il luogo nel quale una comunità mostra, quasi senza volerlo, la propria stanchezza speculativa. Anch’io ho sostenuto convintamente il no e l’ho fatto entrando nel merito, cioè misurando le ragioni della mia contrarietà sul terreno delle riforme e non su quello delle simpatie o delle antipatie di schieramento per quanto abbia disistima sia verso il centro-destra, sia verso il centro-sinistra. Questo resta, a mio giudizio, il discrimine essenziale tra la politica come esercizio del giudizio e la politica come amministrazione delle pulsioni. Un argomento può essere accolto o respinto, discusso o criticato, ma proprio per questo possiede una dignità che nessuno slogan potrà mai avere, perché accetta la mediazione del pensiero e si espone alla prova della confutazione. La propaganda, invece, si nutre di un’altra logica. Essa non cerca il vero pratico della decisione. Cerca l’onda utile, l’immagine efficace, la parola che coagula, l’impulso che trascina. Così il cittadino non viene trattato come soggetto capace di ordinare razionalmente il proprio giudizio, ma come terminale affettivo di una macchina narrativa che domanda adesione prima ancora di offrire ragioni. Il punto, del resto, non è Meloni o Conte o Schlein o Bonelli o Renzi etc., non è il volto contingente di chi oggi occupa la scena o di chi si candida a rioccuparla, poiché quelle figure, pur nella loro diversità politica, simbolica e temperamentale, appartengono tutte, in misura diversa, al medesimo orizzonte storico e spirituale. Esse sono espressioni differenti di una medesima modernità esausta, la quale ha sostituito la verità del giudizio con la funzionalità della narrazione, la rettitudine del fine con la gestione del consenso, la sostanza dell’ordine politico con la sua continua esposizione mediatica. Le facce mutano, il paradigma resta. Cambiano i registri, le alleanze, le parole d’ordine, ma permane l’identica riduzione della politica a tecnica di legittimazione e del diritto a dispositivo di organizzazione. Da questo punto di vista, lo scontro visibile tra i protagonisti della cronaca appare spesso meno radicale di quanto essi stessi amino rappresentare, perché sotto la superficie del conflitto agisce una medesima premessa, cioè l’assorbimento del giudizio entro l’immanenza del sistema. È qui che il riferimento alla post-verità acquista un significato preciso e non meramente giornalistico. La post-verità non consiste semplicemente nella menzogna, né coincide con la circolazione di affermazioni false, quasi si trattasse soltanto di un problema di accuratezza informativa. Il suo nucleo è assai più profondo, perché essa designa un regime spirituale nel quale il vero perde il proprio primato ordinatore e viene sostituito da ciò che riesce a imporsi come credibile sul piano emotivo, sociologico e mediatico.
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In un tale orizzonte non vale di più ciò che corrisponde meglio alla realtà dell’oggetto, ma ciò che mobilita con maggiore intensità le percezioni collettive. Il criterio non è più la conformità del discorso all’essere della cosa, ma la sua capacità di produrre effetto, aggregazione, atmosfera, pressione ambientale. La post-verità è dunque la vittoria dell’efficacia narrativa sulla verità del reale, della risonanza sul fondamento, della plausibilità costruita sulla giustificazione razionale. Là dove questo accade, la politica smette di domandarsi che cosa sia giusto e comincia a domandarsi soltanto che cosa funzioni. Una simile situazione nasce certamente dal positivismo giuridico, che ha separato progressivamente la validità dalla giustizia e ha insegnato a pensare il diritto come pura forma posta, come prodotto procedurale autosufficiente, come architettura che non deve rendere conto se non della propria correttezza interna. Tuttavia il positivismo, da solo, non basta a spiegare la crisi presente. Accanto ad esso ha operato con forza il sociologismo giuridico, che ha dissolto la questione del fondamento nella descrizione delle dinamiche sociali, delle domande emergenti, dei mutamenti culturali, delle pressioni storiche, quasi che il diritto dovesse limitarsi a registrare, a inseguire o a certificare ciò che di volta in volta si afferma nel corpo sociale. L’uno riduce il diritto a validità, l’altro lo riduce a fattualità. L’uno lo consegna al formalismo della procedura, l’altro alla fluidità dell’ambiente. In entrambi i casi viene meno un criterio superiore capace di giudicare tanto la norma quanto il fatto, tanto il comando quanto la sua ricezione sociale. Proprio da questa convergenza tra positivismo e sociologismo nasce il terreno più favorevole alla post-verità, perché se il diritto non è più misura di giustizia ma soltanto struttura legale o riflesso del sociale, allora il vero viene espulso e il posto rimasto vuoto viene occupato dal dispositivo più forte, dal racconto più invasivo, dalla legittimazione più spendibile. Dentro questo schema, dire che vinca il sì o vinca il no rischia di significare assai meno di quanto si creda, perché sia il sì sia il no possono continuare a operare all’interno dello stesso sistema di post-verità, dello stesso universo linguistico e mentale, dello stesso orizzonte nel quale ciò che conta non è l’accesso al vero, ma la governabilità delle percezioni. Il sì, in tale prospettiva, proseguirebbe semplicemente il movimento del sistema, confermandone l’accelerazione interna e rafforzando l’idea che l’ordine politico si esaurisca nella capacità di ristrutturare i propri meccanismi secondo le esigenze del momento. Il no, invece, almeno nella sua possibilità migliore, potrebbe avere un significato diverso, non perché rappresenti di per sé una redenzione teorica del quadro pubblico, ma perché potrebbe consentire di tenere per un momento ferme le biglie, di arrestare l’automatismo della macchina, di sottrarre almeno temporaneamente il sistema alla propria inerzia riformistica e narrativa, creando così uno spazio più libero per una riflessione ulteriore, più alta, più radicale, più esigente. Questo è, in fondo, il senso più serio che io attribuisco al no che ho convintamente sostenuto e votato. Esso non mi appare come il vessillo di una parte moralmente pura opposta a un’altra moralmente decaduta, né come il trionfo di un campo definitivamente alternativo all’altro, perché un simile dualismo resterebbe ancora prigioniero della superficie polemica del problema. Il no può valere, più modestamente e insieme più profondamente, come gesto di sospensione, come rifiuto di consegnare immediatamente l’ordine istituzionale all’ennesima operazione interna al medesimo paradigma, come occasione per sottrarre il discorso pubblico al ricatto dell’urgenza e reintrodurvi domande più fondamentali. Quale idea di giustizia presiede le nostre riforme. Quale concezione del potere informa il nostro costituzionalismo vissuto.
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Quale nozione di bene della comunità sopravvive dentro un lessico politico ormai quasi interamente colonizzato dalla funzionalità, dalla tecnica, dall’emozione, dal consenso istantaneo. Sotto questo profilo, anche le forze politiche che stanno emergendo sulla scena pubblica dovrebbero essere giudicate non in base alla loro semplice novità sociologica, né in base alla loro capacità di intercettare il malessere diffuso, ma in rapporto alla loro effettiva possibilità di spezzare il recinto teorico nel quale la politica italiana ed europea continua a muoversi. Una novità che si limitasse a mutare il personale senza toccare il paradigma resterebbe perfettamente interna alla modernità che pretende di contestare. Una forza che denunciasse il sistema e tuttavia ne accettasse integralmente i presupposti antropologici, giuridici e filosofici, finirebbe soltanto per offrire al sistema una maschera ulteriore. Ciò che oggi manca non è un semplice ricambio di leadership. Manca una riapertura della questione della verità nella politica, della giustizia nel diritto, del fine nell’istituzione, dell’ordine nella libertà. Per questo lo squallore di questa campagna referendaria va ben oltre l’estemporaneità di qualche slogan infelice o la mediocrità di qualche dichiarazione. Esso rinvia alla crisi di una civiltà che continua a moltiplicare le procedure mentre perde il senso dei fini, che continua a invocare la Costituzione mentre dimentica di interrogarsi sulla giustizia, che continua a mobilitare il popolo mentre lo educa sempre meno al giudizio. In un simile paesaggio, il punto decisivo non è soltanto impedire una riforma ritenuta sbagliata, ma tentare di riaprire il varco verso una comprensione più vera dell’ordine politico. Il no, se vuole avere un significato che ecceda l’occasione, dovrebbe aspirare precisamente a questo, non a vincere dentro il sistema della post-verità come una sua variante momentaneamente prevalente, ma a incrinarlo almeno in parte, a rallentarne il ritmo, a rendere nuovamente pensabile una politica che non viva di slogan, di facce e di narrazioni, ma della difficile e alta fedeltà al vero.
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